domenica, 13 marzo 2005

BLOG FAILURE

Arrivederci e grazie!

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categoria:cinema, letteratura, vineland, attrattori strani
domenica, 06 marzo 2005

PAUL THOMAS ANDERSON

Enfant prodige: questi sono i due termini forse più utilizzati per descrivere Paul Thomas Anderson, e non si può certo dare torto a chi lo ha chiamato così. Infatti, il regista californiano, all’età di 33 anni (è nato l’1 gennaio del 1970 a Studio City) ha all’attivo diversi film e molti premi.
Questo suo inizio precoce e la sua escalation in pochi anni si devono anche al fatto che Anderson abbia sempre avuto le idee molto chiare sul suo futuro: già intorno ai sette anni aveva deciso che da grande avrebbe fatto il regista. Suo padre, tra l’altro, aveva lavorato nell’ambiente, facendo il doppiatore (pensate, addirittura in Love Boat!) e creando il personaggio di Ghoulardi (nome che poi Paul darà alla sua compagnia di produzione), un presentatore in costume che introduceva i film dell’orrore su una stazione televisiva locale di Cleveland. Anderson sostiene che suo padre non ebbe mai grande successo perché era un pessimo attore, e non si può escludere che egli sia stato spinto, almeno in parte, ad intraprendere una carriera nel campo cinematografico dalle ambizioni fallite del padre.
Non si può dire che Anderson fosse un bravo studente e, infatti, dovette lasciare la scuola per i suoi continui litigi con i compagni e i brutti voti. In seguito provò a frequentare alcune università e scuole di cinema, ma senza mai concluderle.
Per alcuni anni lavorò anche per la televisione, come assistente di produzione in vari film, video e quiz.
La svolta nella sua carriera avvenne nel 1993, quando, dopo aver scritto e diretto il suo primo cortometraggio, “Cigarettes & Coffee”, lo presentò al Sundance Film Festival. In seguito, al Sundance Institute Filmmaker’s Workshop, una specie di laboratorio, fu in grado di realizzare il suo primo lungometraggio, “Hard Eight” (inizialmente intitolato “Sidney”), basato su una sceneggiatura che aveva scritto intorno ad un attore: Philip Baker Hall. Quest’ultimo aveva partecipato anche al suo cortometraggio e il film nasceva essenzialmente dal desiderio di conoscere meglio quest’uomo. Al laboratorio, oltre che con lui, ebbe anche la possibilità di lavorare con altri attori che sarebbero stati nel film, tra cui John C. Reilly, che ritroveremo anche in altri suoi lavori. Infatti, una delle caratteristiche principali di P. T. Anderson è quella di lavorare quasi sempre con gli stessi attori, oltre ad ambientare tutti i suoi film nella San Fernando Valley, perché, come sostiene lui stesso, lì si sente a casa, può trovare tutte le locations necessarie, ma soprattutto perché, dopo una giornata di lavoro, gli piace dormire nel suo letto!
Durante quest’esperienza, le cose più importanti che imparò furono quasi tutte sul come muoversi nell’industria cinematografica e sul come proteggere il suo lavoro dalle case di produzione e di distribuzione.
Nel 1997 fu la volta di “Boogie Nights”, storia di una specie di “famiglia allargata” nell’industria della pornografia e sull’importante passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, dalla permissività all’intolleranza. La storia era nata con il nome di “The Dirk Diggler’s Story”, dal nome del protagonista, un ragazzo che non combina niente nella vita, fino a quando non scopre di avere una “vocazione” e diventa una porno star di successo, tanto da montarsi la testa e cadere in rovina. Ma qui ad essere narrata non è solo la crisi del singolo, bensì quella di un’intera industria, quella del cinema per adulti, dovuta al passaggio dalla pellicola all’home video. L’atmosfera da grande famiglia e le grandi feste in piscina della prima parte, ricordano ciò che creava Robert Altman con gli attori durante la lavorazione dei suoi film e che P. T. Anderson conosceva bene (ma ne parleremo più avanti). Anche qui ritroviamo molti dei soliti attori, con l’aggiunta della straordinaria Julianne Moore, nel ruolo della porno star tossicodipendente dalla vocazione materna (che tenta di rifarsi con tutti della mancanza del suo unico vero figlio, che le è stato tolto).
Nel 1999 Anderson realizzò quello che, a tutt’oggi, è considerato il suo capolavoro: “Magnolia”. Navigazione lunga un giorno all’interno delle vite di numerosi personaggi (sempre interpretati grossomodo dagli stessi attori, con l’aggiunta di Tom Cruise, che lavora quasi gratis); vite che molto spesso si intrecciano e si influenzano l’un l’altra. C’è il misogino, il presentatore in fin di vita, il poliziotto zelante, l’amante in crisi per aver ingannato il suo uomo, la giovane cocainomane che non riesce a mettere ordine nella sua vita, l’ex bambino prodigio di un quiz televisivo e quello attuale, …. La maggior parte di questi personaggi ha qualche scheletro nell’armadio oppure qualcosa in sospeso, da sistemare. L’unico personaggio adulto che in un’umanità stravolta, come quella creata da Anderson, prova almeno ad aiutare gli altri e a farsi carico del loro dolore, il poliziotto, è anche l’unico che alla fine riceve una specie di premio: tra le rane che piovono alla fine, piaga divina per l’umanità, cade dal cielo anche la pistola di ordinanza che aveva perso. Anche qui il regista riprende il tema del rapporto genitori-figli, con particolare attenzione alla figura del padre. In “Hard Eight” un uomo decide di prendersi cura del figlio dell’uomo che ha ucciso, ma per farlo è costretto a commettere un altro omicidio; in “Boogie Nights” il protagonista fugge dalla famiglia dove la madre non fa che colpevolizzarlo e il padre non fa niente per aiutarlo, ed entra in un’altra “famiglia”, dove il regista diventa una specie di padre putativo, con cui non mancano contrasti e riconciliazioni. In “Magnolia” i casi sono tanti: il padre che vuole fare pace con la figlia prima di morire, dopo averla violentata per anni e averla indotta a drogarsi; l’uomo che finge che il padre sia morto perché aveva abbandonato la madre malata e che adesso, che sta davvero per morire, riesce solo alla fine a essere veramente dispiaciuto per lui; il ragazzino genio sfruttato dal padre per guadagnare soldi a un quiz televisivo che cerca il rispetto del genitore. Inoltre, per Anderson, la violenza è sempre l’atto caratterizzante della famiglia, dai due omicidi in “Hard Eight”, all’adolescente che, mentre cerca di togliersi la vita, viene ucciso inconsapevolmente dalla madre in “Magnolia”.
La violenza torna anche nell’ultimo film del regista californiano, “Punch-Drunk Love” (2003), e anche qui trova le sue origini nel nucleo familiare. Il protagonista (Adam Sandler) è uno strano uomo, che va a lavorare sempre vestito nello stesso modo, che chiama telefoni erotici che poi lo truffano, che colleziona confezioni di budino per vincere miglia aeree, ma che soprattutto viene continuamente assillato dalle sue sette sorelle. Proprio ad una cena con loro assistiamo al primo dei suoi tanti attacchi d’ira che lo portano sempre a distruggere qualcosa (una vetrata, il bagno di un ristorante, …) e non è difficile capire che l’origine di questo problema sia da ricondurre alla sua infanzia e alla difficoltà di essere l’unico ragazzo tra tante donne che lo prendono in giro chiamandolo “finocchietto”. Questo film può essere definito una commedia romantico-surreale, a partire dai personaggi (oltre al bizzarro protagonista, la sua altrettanto bizzarra metà, interpretata da Emily Watson), fino alle situazioni (un piccolo pianoforte semi-distrutto abbandonato in strada, un mostruoso incidente automobilistico di cui nessuno sembra curarsi, una rocambolesca truffa telefonica con conseguente incontro finale tra truffatore e vittima) e all’alternarsi di silenzio e frastuono, calma piatta e più completo caos, tranquillità al limite dell’apatia e violente esternazioni d’ira o di disperazione. Come lo stesso Anderson ammette, Barry Egan (il personaggio interpretato da Sandler) è fortemente autobiografico, in quanto anche lui proviene da una famiglia molto numerosa e sa essere molto arrogante e duro. A differenza dei due film precedenti, “Punch-Drunk Love” ha una lunghezza, per così dire, “umana” (90 minuti ca.) e non cerca di dipingere un grande affresco, seguendo le vicende di numerosi personaggi, ma ne esamina in profondità uno solo, facendo venire alla luce, in una figura da clown, il lato più oscuro. Infatti, è negli intenti del regista fare dei film per il pubblico, ma, allo stesso tempo, non permettere mai che esso possa anche solo minimamente anticiparne i contenuti.

Citando il diretto interessato, uno dei registi che maggiormente lo hanno influenzato è Robert Altman. Per “Magnolia” molti critici hanno parlato di diverse analogie con “America Oggi” (1993), tratto da alcuni racconti di Raymond Carver e la canzone “He Needs Me” in “Punch-Drunk Love” è tratta da “Popeye” (1981). Lo stesso Anderson dice di non provare fastidio nell’essere soprannominato “Little Bobbie Altman” e ammette di esserne stato fortemente influenzato, oltre che come regista, soprattutto come uomo, avendo avuto la possibilità di frequentarlo a lungo. Oltre ad Altman, Anderson parla anche di Scorsese e di Truffaut, ma più di tutti dice di amare Jonathan Demme (che definisce il suo “all-time king hero”), perché lo considera la combinazione dei tre detti precedentemente.

Oltre che nella regia cinematografica, P. T. Anderson si è anche cimentato nella creazione di video musicali. Ha collaborato soprattutto con Fiona Apple (tre video), ma anche con Aimee Mann e Michael Penn. In alcuni di questi lavori, ha utilizzato alcune delle risoluzioni sperimentate nei suoi film (ad esempio la macchina da presa del 1920 utilizzata per la sequenza di Greenberry Hill in “Magnolia”), chiama ancora alcuni de suoi attori preferiti (Reilly, Hoffman, Walters, …) e rende omaggi a film del passato (come al “Non si uccidono così anche i cavalli?” di S. Pollack nel video di Penn).

Valeria Fiordimare

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categoria:cinema
domenica, 06 marzo 2005

Paul Thomas Anderson
Breve analisi di un giovane maestro
Nomination alla Palma d'oro e premio per la regia al Festival di Cannes

di Vittorio Renzi

Da almeno cinque anni, ovvero dall'uscita di Boogie Nights (1997), è nel mirino della critica internazionale, caso più unico che raro di giovane autore - una volta tanto si può non mettere tra virgolette - che scrive e dirige, senza rifugiarsi nella griglia dei generi cinematografici.

Nato a Studio City, in California, nel 1970, esordisce nel 1988 con un cortometraggio su un personaggio che, evidentemente, gli sta a cuore: The Dirk Diggler Story: nel 1997 sarà Mark Wahlberg ad interpretare questo personaggio fittizio (ispirato al "re del porno" John Holmes) in un film di ben più ampio respiro. Nel 1993, dopo ben sei anni, una nuova occasione, il corto Cigarettes and Coffee; nel 1996 il primo lungometraggio, Sydney; l'anno successivo, finalmente, la possibilità e i mezzi per mirare, nientemeno, a un nuovo Nashville, ambientato, anziché nella capitale della musica country, nella Los Angeles dei film porno, della disco e della cocaina (1976-1984). Un film eccezionale: per la durata, il numero degli attori, le trame parallele e il loro perfetto coordinamento, nonché la giovane età del regista, non ancora trentenne. Si inizia a parlare di un nuovo Robert Altman (tra l'altro, il montatore è Dylan Tichenor, che ha lavorato a I protagonisti e America oggi). Tra gli interpreti, oltre a Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Heather Graham, William H. Macy,

Due anni dopo, Magnolia (un meritatissimo Orso d'oro a Berlino) ribadisce che non si è trattato di un isolato colpo di genio. Dunque?

Come prima cosa possiamo dire che nel cinema di P.T. Anderson l'idea e l'uomo hanno lo stesso peso. Ci sono registi come Altman, Kubrick, o i fratelli Coen, per i quali, con intenzioni e modi differenti, la figura umana è imprescindibile da uno sguardo, diciamo così, dall'alto, entomologico: come fosse un insetto da studiare mentre si dibatte nella ragnatela del Caso/Caos. Anche Anderson tesse questa ragnatela casuale-caotica, ma la vittima designata è, non un insetto, ma l'essere umano, osservato con viva partecipazione.

Anderson ama tutti i suoi personaggi, anche quelli detestabili: di ognuno rende manifeste le ragioni, i sentimenti, la sofferenza. Un regista umanista che, come Michael Mann, non può esimersi dal rappresentare la dignità, se non morale, vitale dell'uomo postmoderno ma che, a differenza di Mann, non ne traccia un malinconico epitaffio, bensì ne documenta, nonostante tutto, l'ostinazione del vivere.

Al pari di Altman, Anderson possiede una vocazione polifonica (nel senso che Bachtin attribuisce a Dostoevskij) così lucida e precisa, da poter assemblare decine di storie, personaggi, piccoli episodi paralleli, senza perdere il senso organico della totalità della messa in scena - sia nei termini di svolgimento della narrazione, sia per la coerenza delle scelte registiche, per l'uso significante della colonna sonora. Ma al contrario di Altman, sempre trascendente rispetto alla sua creazione, Anderson è - quasi sempre - immanente ad essa, come fosse l'attore invisibile dietro il volto di ogni attore. Non stupisce che il sogno di ogni interprete, oggi, sia di lavorare con questo giovane e talentuoso regista.

Un regista all'altezza della sua ambizione e, in qualche caso (la pioggia di rane in Magnolia), persino della sua presunzione. E' straordinario, infatti, che questa grande capacità di controllo non solo non soffochi ma al contrario esalti l'emozione, così come la capacità tecnica, il virtuosismo dei piani-sequenza o del montaggio non sproloquiano invano ma costruiscono e danno spessore al testo.

L'attesa italiana è ora rivolta al suo ultimo film, Punch-Drunk Love, con il quale ha ottenuto la nomination alla Palma d'oro e ha vinto il premio per la regia al Festival di Cannes, ex-aequo con il coreano Kwon-taek Im. Il titolo è un’espressione gergale che sta per “ubriaco perso d’amore”, o qualcosa del genere: è quanto capita a Barry Egan, giovane e problematico proprietario di un’azienda, asfissiato da sette sorelle, che si mette nei guai a causa di una telefonata erotica. Una delle sorelle, però, ha un’amica, bionda… Gli interpreti: Adam Sandler (comico noto per lo show televisivo Saturday Night Live), Emily Watson ( Le onde del destino, The Boxer, Gosford Park) e l'immancabile Philip Seymour Hoffman (già presente in Sydney, Boogie Nights e Magnolia


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categoria:cinema
sabato, 05 marzo 2005

Mason & Dixon

Castle Lepton 

Lord e Lady Lepton


Un leptone (dal greco λεπτοσ, [sottile, leggero; la forma neutra λεπτον, sostantivata, significa 'spicciolo']) è una particella subatomica che (ad oggi) si ritiene sia puntiforme e non composta da quark, quindi fondamentale. I leptoni sono suddivisi in tre famiglie: gli elettroni, i muoni, le particelle tau, e i loro rispettivi neutrini.

elettrone e e neutrino νe
muone μ e neutrino νμ
tauone τ e neutrino ντ
Tutti i leptoni conosciuti hanno carica negativa o neutra. Ci sono sei tipi di leptoni: tre con carica negativa e tre con carica neutra.

L'elettrone, il muone e il tau si differenziano per la loro massa. In tal senso, una delle sfide più importanti della fisica moderna riguarda proprio la ricerca del motivo di questa differenza in massa. Il modello standard prevede l'esistenza di una particella molto massiva - il bosone di Higgs - che determinerebbe, a seconda dell'interazione con i leptoni, la loro massa. È in costruzione al CERN di Ginevra una collisore (LHC) che si spera permetterà di osservare, seppure indirettamente, il bosone di Higgs.

Se i neutrini abbiano massa è una domanda a cui ancora non si è data una risposta.

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giovedì, 03 marzo 2005

Tutti i neocon di Bush, i loro libri e le loro idee raccontate da Bill Kristol
Il direttore del Weekly Standard si prende gioco dei detrattori e annuncia il “Comitato per un’Europa più forte”
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Il convegno di Liberal-Roma. “Forse ci sono più neoconservatori qui che in America”, dice al Foglio Bill Kristol, il direttore del Weekly Standard invitato in Italia da Liberal per celebrare i dieci anni della Fondazione animata da Ferdinando Adornato. Una volta sbarcato a Roma, il primo pensiero di Kristol è di quelli da far rabbrividire chi davvero pensa che i neocon siano gli uomini più pericolosi del mondo: “Andiamo a fare una passeggiata ai Fori, così prendo appunti sull’Impero?”. Kristol e i neocon si divertono e si prendono gioco di chi comicamente li accusa dei peggiori crimini, così lasciano davvero credere di essere degli infingardi cospiratori. I giornali li descrivono come una cabala di ebrei affaristi e avidi di potere che si riuniscono in loschi centri studi per pianificare guerre, spartirsi il bottino e fare gli interessi dei coloni di Israele. Spesso basta che un americano abbia la reputazione di cattivo, o anche solo la faccia da schiaffi, per essere bollato sui giornali italiani come un perfido neoconservatore. Non è quasi mai vero.
Kristol, così, ha accettato la proposta del Foglio di fare una volta per tutte “la lista definitiva dei neocon”, l’elenco ufficiale dei neoconservatori a uso delle redazioni. Tanto per cominciare Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Alberto Gonzales, John Bolton e gli evangelici non sono neoconservatori. George Bush e Condi Rice nemmeno, “anche se ormai sono diventati loro i veri leader neocon”, spiega un Kristol davvero soddisfatto del vorticoso contagio democratico diffuso in medio oriente dalla Casa Bianca. Per dirne una, i neocon non hanno nemmeno un deputato, non sono un movimento organizzato e sono mal sopportati dalla leadership del partito repubblicano. I conservatori doc li odiano.
I padri fondatori di quello che fu un movimento liberal che si articolava intorno alle riviste Commentary (per le questioni estere) e Public Interest (per le cose interne) sono quattro: Irving Kristol, padre di Bill; Norman Podhoretz, padre dell’editorialista John; Nathan Glazer e Daniel Bell. Due su quattro, Glazer e Bell, sono ancora liberal, nonché elettori del partito democratico. Fra tre settimane, Public Interest chiuderà i battenti dopo 40 anni di servizio con un saggio definitivo sull’esperienza, scritto da Irving Kristol. Della prima generazione, ricorda il figlio Bill, fanno parte anche sua madre Gertrude Himmelfarb, storica dell’età vittoriana, e Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice di Ronald Reagan all’Onu, mentre sul fronte politico i due amici parlamentari sono stati i senatori Democratici Daniel P. Moynihan ed Henry Scoop Jackson. Quanto alle influenze intellettuali, Kristol nega l’ultima trovata del Times, cioè che uno degli ispiratori sia stato Winston Churchill, piuttosto – dice – sono stati Leo Strauss, Alexis de Tocqueville e Raymond Aron. Tra i libri, Kristol cita “Losing Ground” di Charles Murray, “The spirit of liberalism” di Harvey Mansfield e “Wealth and Poverty” di George Gilder. Il primo è il saggio più completo sul fallimento dello Stato assistenziale, il secondo spiega perché i liberal si sono fatti fagocitare dalla sinistra, il terzo è un manifesto pro libera impresa. Il libro per capire la critica neocon alla società moderna, spiega Kristol, è “The closing of the american mind” di Allan Bloom.

Gli amici liberal
I neocon dentro l’Amministrazione sono pochi e, tranne Bill Luti al Pentagono, non hanno compiti operativi. Sono uomini di idee, dice Kristol. Il più noto è Paul Wolfowitz, poi ci sono Lewis Libby, capo dello staff di Cheney, Elliot Abrams, consigliere per la strategia democratica globale, Douglas Feith, il quale sta per lasciare il governo. Fuori dall’amministrazione ci sono Richard Perle e David Frum, i più politici della galassia neocon. Folto il campo degli editorialisti: il Weekly Standard, David Brooks (NYT) Charles Krauthammer (WaPost) Max Boot (LATimes) e, poi, Robert Kagan e Reuel Marc Gerecht. La maggior parte degli analisti dell’American Enterprise, da Michael Novak a Michael Ledeen, è neocon. Sul fronte liberal, i neocon hanno ottimi rapporti con il gruppo di New Republic, con il senatore democratico Joe Lieberman e con studiosi della Brookings come Michael O’Hanlon e James Steinberg, spesso firmatari di appelli bipartisan del famigerato Project for a new american century (Pnac) diretto da Gary Schmitt. “In realtà – conclude Kristol – i neocon sono davvero pochi, ma l’America è piena di cripto-neocon, gente patriottica, liberista, contraria all’estremismo di sinistra e che difende alcuni valori tradizionali come quelli familiari”. Kristol e Schmitt sono convinti che anche l’Europa sia piena di cripto-neocon, così lavorano per metterli insieme e ribaltare il luogo comune che definisce i neocon come antieuropei. A breve nascerà una specie di Pnac transatlantico, il “Comitato per un’Europa più forte”.

IL FOGLIO     (03/03/2005) 
 

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mercoledì, 02 marzo 2005

Sosteniamo la rivoluzione pacifica dei Cedri 

Un invito a tutti i blogger di buona volontà :sosteniamo tutti uniti la mobilitazione popolare, spontanea e non violenta dei Libanesi per la democrazia. Non lasciamoli soli . Lanciamo e.mail di sostegno , sms  ai loro cellulari , inviamo lettere in antica carta. Il nostro calore li aiuterà di sicuro. Chi conosce i numeri e gli indirizzi giusti li trasmetta .

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martedì, 01 marzo 2005
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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Kovalevskaya: la matematica come immaginazione.


I fogli di un vecchio testo di analisi che tappezzavano le pareti della sua stanza, nella casa di campagna, furono per Sof'ja Kovalevskaya il primo incontro con la matematica. Aveva soltanto sei anni, ma la piccola Sof'ja era affascinata dai segni misteriosi di quelle pagine, diventate casualmente tappezzeria, e cercava di dare un significato a frasi e formule per lei incomprensibili.
Racconta:
Passavo ore di fronte a quella parete. Non riuscivo naturalmente a trovare il significato di quelle frasi, ma esse agivano sulla mia immaginazione portandomi a una venerazione per la matematica che vedevo come una scienza misteriosa ed esaltante che apriva ai suoi adepti un nuovo mondo di meraviglie, inaccessibile ai comuni mortali.
Sof'ja Vasilyevna Kovalevskaya, considerata la prima grande matematica moderna, era nata a Mosca nel 1850 ed era figlia di Vasily Korvin - Krukovsky, un generale d'artiglieria, e di Velizaveta Shubert, le cui famiglie appartenevano alla nobiltà russa. Le vicende della sua vita provano come intolleranza e pregiudizi, cent'anni fa, rendessero quasi impossibile per una donna, intraprendere la carriera scientifica.
Sof'ja, dopo aver ricevuto la sua prima educazione da una rigida istitutrice inglese, seguì i corsi di matematica tenuti da un professore dell'Accademia Navale di Pietroburgo, il quale riconobbe immediatamente il suo grande talento. Il padre però, poco soddisfatto della vocazione scientifica della figlia, oppose un secco rifiuto alla richiesta di Sof'ja di potersi recare in Germania, per completare la sua preparazione.
In Russia era il momento del nichilismo (il romanzo di Ivan Turgheniev, Padri e figli, è del 1862) e Sof'ja, con la sorella Aniuta, era impegnata in prima linea nella battaglia per l'emancipazione della donna. Scriverà più tardi:
Incomincio a capire perché gli uomini apprezzano tanto le brave, utili casalinghe. Se fossi un uomo, anch'io mi sceglierei una bella piccola mogliettina che mi potrebbe liberare da tanti lavori.
Molte ragazze russe avevano trovato il modo di sottrarsi all'autorità paterna con un matrimonio di convenienza, ed anche Sof'ja, all'età di diciotto anni, senza il consenso della famiglia, sposò un giovane paleontologo, Vladimir Kovalevski. In questo modo riuscì a lasciare la campagna e ad iscriversi all'Università di Heidelbergh, una delle poche aperte anche alle donne, dove incominciò ad approfondire i temi dell'analisi moderna sotto la guida di Leo Konisberg. Contemporaneamente seguiva i corsi di fisica dei celebri Kirchoff e Helmholtz, arrivando in tal modo ad apprezzare le possibili applicazioni della matematica.
Ma il grande desiderio di Sof'ja era di poter frequentare l'Università di Berlino, in quel tempo ancora chiusa alle donne, e assistere alle lezioni di Karl Weierstrass, considerato il padre dell'analisi moderna, la cui fama come matematico, ma soprattutto come insegnante, attirava a Berlino, da tutta Europa, molti giovani e brillanti matematici. Sof'ja riuscì ad incontrare Weierstrass il quale rimase colpito dalla preparazione della giovane russa e chiese al Consiglio universitario l'autorizzazione ad ammetterla alle sue lezioni, autorizzazione che gli fu negata.
Weierstrass decise allora che l'avrebbe seguito privatamente e in questo modo, avendo a disposizione, per più di quattro anni l'insegnante migliore, Sof'ja raggiunse in breve tempo notevoli risultati. Ma nonostante l'indiscutibile valore dei lavori che andava pubblicando e gli interventi di Weierstrass in favore della sua allieva favorita, nessuna università europea sembrava disposta ad offrire una cattedra di matematica ad una donna. L'unica possibilità che le si offriva era l'insegnamento dell'aritmetica nelle scuole elementari russe, ma come osservava ironicamente Sof'ja, "sfortunatamente ero molto debole nelle tabelline". Solo nel 1888, dopo aver vinto il premio Bordin, un prestigioso riconoscimento dell'Accademia delle Scienze di Francia, con un celebre lavoro Sulla rotazione di un corpo solido intorno a un punto fisso, riuscì, grazie all'intervento di Mittag - Leffler, uno dei migliori allievi di Weiestrass, ad occupare la cattedra di Analisi Superiore dell'Università di Stoccolma dove venne accolta con grande simpatia. Scriveva un giornale svedese dell'epoca:
Oggi non annunciamo l'arrivo di un volgare e insignificante principe di sangue nobile. No, la Principessa della Scienza, Madam Kovalevski onora la nostra città con il suo arrivo. E' la prima donna in Svezia che entra come docente universitaria.

Ma riportiamo anche il giudizio ingeneroso di August Strindberg, il celebre poeta svedese, il quale scrisse:

Sof'ja Kovalevski dimostra, in modo lampante, come due più due fa quattro, che una donna docente di matematica è una mostruosità, e come essa sia inutile, dannosa e fuori luogo.

A quel punto incominciarono anche ad arrivare quei riconoscimenti che Sof'ja aveva atteso per tanti anni, come l'invito a far parte dell'Accademia delle Scienze di Russia.
I suoi impegni scientifici l'avevano portata a trascurare la famiglia e la sua vita sentimentale. Il suo matrimonio fu un fallimento che neanche la nascita di una figlia, che chiamò con il suo stesso nome, Sof'ia, ma che tutti chiamavano "Foufie", riuscì a salvare. Sof'ja viveva costantemente lontano dal marito e questi, in seguito ad una serie di disavventure finanziarie, finì per suicidarsi, un suicidio che la turbò profondamente e la portò ad una profonda crisi depressiva. A peggiorare il suo stato d'animo contribuiva anche il clima e l'ambiente di un paese, la Svezia, che non riuscì mai ad amare, nonostante fosse stato l'unico ad aprirle le porte dell'insegnamento universitario. Scriveva a un'amica:
Questo sole eterno, queste lunghe notti chiare troppo in anticipo sul calore dell'estate, sono snervanti; sono notti che promettono una felicità che non sanno dare.

Per reazione si dedicò completamente ai suoi studi matematici:

Nei momenti più tristi mi aggrappo alla matematica, è bello poter pensare che esista un mondo del tutto separato dal nostro "io" e sento la necessità di pensare ad argomenti indipendenti da qualsiasi implicazione individuale.
Anche la sua salute incominciò a peggiorare. Le complicazioni di una banale influenza trascurata, le furono fatali e Sof'ja Kowalewskaya morì, il 10 febbraio 1891, all'età di quarantun anni.
I suoi lavori la collocano tra i grandi matematici del secolo scorso. Si occupò principalmente di analisi e un suo teorema, relativo alle equazioni differenziali, è ben noto agli studenti di matematica. Fra i suoi lavori ricordiamo inoltre una ricerca sulla propagazione della luce in un mezzo cristallino e uno studio sugli anelli di Saturno.
Il lettore non matematico faticherebbe non poco nel cercare di capire il significato dei suoi lavori scientifici e sicuramente apprezzerebbe maggiormente il suo lavoro di scrittrice al quale si dedicò con altrettanta passione. I titoli di alcune delle sue opere sono indicativi dei suoi interessi: Il lettore universitario, Il nichilista, La donna nichilista.
In collaborazione con una sua cara amica e biografa, la sorella di Mittag Leffler, Anne Charlotte, moglie di un nobilotto napoletano con la passione per la matematica, il Duca di Cajanello, scrisse anche un dramma, La lotta per la felicità', che ebbe all'epoca un discreto successo.
Un'opera almeno, i suoi autobiografici Ricordi d'infanzia, che non ci risulta sia mai stata tradotta in italiano, meriterebbe miglior fortuna. Si tratta di un vivace e realistico quadro della vita in una dimora di campagna, nella Russia dell'Ottocento. E' molto bella la descrizione del suo amore di tredicenne per il grande Dostoevskij, amico di famiglia, e il racconto attento e minuzioso dei difficili rapporti fra padroni e servitù. Ricorda proprio certe pagine di Dostoevskij la sua descrizione di un delitto, la zia massacrata dai servi, esasperati dalla sua tirannia, o il ricordo di una giovane cameriera ingiustamente frustata e licenziata per un furto che in realtà non aveva commesso.
Peccato che la morte prematura abbia interrotto bruscamente non solo il suo lavoro scientifico, ma anche quello che poteva essere forse altrettanto importante di scrittrice. A una amica che si sorprendeva nel constatare quanto fosse brava sia come scrittrice che matematica, rispose:

"Chi non ha mai avuto occasione di approfondire la conoscenza della matematica, la confonde con l'aritmetica e la considera un'arida scienza. In realtà è una scienza che richiede molta immaginazione. Uno dei più grandi matematici del nostro secolo osserva giustamente che è impossibile essere matematico senza avere l'animo del poeta. E' necessario rinunciare all'antico pregiudizio secondo il quale il poeta deve inventare qualcosa che non esiste, che immaginazione e invenzione sono la stessa cosa. A me pare che il poeta deve soltanto percepire qualcosa che gli altri non percepiscono, vedere più lontano degli altri. E il matematico deve fare la stessa cosa". 



 

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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Memorie d'infanzia
di Sofya Kovalevskaya

Pubblicate per la prima volta in Svezia nel 1889, queste memorie ottennero un immediato successo. In seguito apparvero in molteplici edizioni, tra cui quelle russa, francese, danese, tedesca, inglese ed americana. Il racconto ripercorre l’adolescenza e l’infanzia trascorse in Russia - di cui una parte importante è rappresentata dall’amicizia con Dostoevskij - arrivando molto indietro nel tempo, fino ai primissimi ricordi della protagonista. Attraverso quest’opera, che racconta la sua formazione intellettuale e sentimentale, la Kovalevskaja fornisce anche un interessante spaccato dell’atmosfera sociale e culturale della Russia di metà Ottocento, sulla scia dei grandi scrittori russi suoi contemporanei.

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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Un vecchio amico

di Sofja Kovalevskaja


Quando ci stabilimmo definitivamente in campagna, tappezzammo l'intera casa e mettemmo una nuova carta da parati in tutte le stanze. Poichè tanti erano i vani, la carta da parati non fu sufficiente per una delle camere dei bambini. Ordinarla significava farsela mandare da Pietroburgo, ed era una questione molto complessa; inoltre non valeva la pena di affrontare tutto ciò per una sola stanza, si decise quindi di aspettare un'occasione propizia. Nell'attesa del fatto, la negletta stanza se ne restò per molti anni con una delle sue pareti ricoperte di carta di uso comune.

La sorte volle però che in questa prima fodera preparatoria fossero stampate le conferenze che il professore Ostrogradskj aveva tenuto sul calcolo differenziale, e che erano state acquistate da mio padre in gioventù. Questi fogli, tutti costellati di formule astruse, attrassero subito la mia attenzione. Mi ricordo di me bambina, mentre rimanevo ferma per ore e ore davanti a questo muro misterioso per afferrare almeno qualche passaggio isolato o trovare la sequenza del numero delle pagine.

Grazie a questa contemplazione lunga e prolungata, l'aspetto esteriore di molte di queste formule s'impresse nella mia memoria; e proprio il modo in cui erano scritte lasciò una profonda traccia nel mio intelletto, sebbene fossero per me incomprensibili.

Molti anni dopo, quando avevo già quindici anni, presi la mia prima lezione di calcolo differenziale dall'eminente professore di Pietroburgo Alexander Nikolajevich Strannoljubskj. Questi si stupì della velocità con cui afferravo i concetti di limite e di derivata, "proprio come se tu li avessi precedentemente conosciuti". Mi rammento che si espresse con queste precise parole. Effettivamente nel momento in cui mi spiegava questi concetti avevo vivida nella memoria tutto quello che era scritto sui memorabili fogli di Ostrogradskj, e il concetto di limite mi apparve come un vecchio amico.


Sofja Kovalevskaja, Memorie d'infanzia, Pendragon, Bologna 2000, p. 116 

 

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