domenica, 13 marzo 2005

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Arrivederci e grazie!

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categoria:cinema, letteratura, vineland, attrattori strani
domenica, 06 marzo 2005

PAUL THOMAS ANDERSON

Enfant prodige: questi sono i due termini forse più utilizzati per descrivere Paul Thomas Anderson, e non si può certo dare torto a chi lo ha chiamato così. Infatti, il regista californiano, all’età di 33 anni (è nato l’1 gennaio del 1970 a Studio City) ha all’attivo diversi film e molti premi.
Questo suo inizio precoce e la sua escalation in pochi anni si devono anche al fatto che Anderson abbia sempre avuto le idee molto chiare sul suo futuro: già intorno ai sette anni aveva deciso che da grande avrebbe fatto il regista. Suo padre, tra l’altro, aveva lavorato nell’ambiente, facendo il doppiatore (pensate, addirittura in Love Boat!) e creando il personaggio di Ghoulardi (nome che poi Paul darà alla sua compagnia di produzione), un presentatore in costume che introduceva i film dell’orrore su una stazione televisiva locale di Cleveland. Anderson sostiene che suo padre non ebbe mai grande successo perché era un pessimo attore, e non si può escludere che egli sia stato spinto, almeno in parte, ad intraprendere una carriera nel campo cinematografico dalle ambizioni fallite del padre.
Non si può dire che Anderson fosse un bravo studente e, infatti, dovette lasciare la scuola per i suoi continui litigi con i compagni e i brutti voti. In seguito provò a frequentare alcune università e scuole di cinema, ma senza mai concluderle.
Per alcuni anni lavorò anche per la televisione, come assistente di produzione in vari film, video e quiz.
La svolta nella sua carriera avvenne nel 1993, quando, dopo aver scritto e diretto il suo primo cortometraggio, “Cigarettes & Coffee”, lo presentò al Sundance Film Festival. In seguito, al Sundance Institute Filmmaker’s Workshop, una specie di laboratorio, fu in grado di realizzare il suo primo lungometraggio, “Hard Eight” (inizialmente intitolato “Sidney”), basato su una sceneggiatura che aveva scritto intorno ad un attore: Philip Baker Hall. Quest’ultimo aveva partecipato anche al suo cortometraggio e il film nasceva essenzialmente dal desiderio di conoscere meglio quest’uomo. Al laboratorio, oltre che con lui, ebbe anche la possibilità di lavorare con altri attori che sarebbero stati nel film, tra cui John C. Reilly, che ritroveremo anche in altri suoi lavori. Infatti, una delle caratteristiche principali di P. T. Anderson è quella di lavorare quasi sempre con gli stessi attori, oltre ad ambientare tutti i suoi film nella San Fernando Valley, perché, come sostiene lui stesso, lì si sente a casa, può trovare tutte le locations necessarie, ma soprattutto perché, dopo una giornata di lavoro, gli piace dormire nel suo letto!
Durante quest’esperienza, le cose più importanti che imparò furono quasi tutte sul come muoversi nell’industria cinematografica e sul come proteggere il suo lavoro dalle case di produzione e di distribuzione.
Nel 1997 fu la volta di “Boogie Nights”, storia di una specie di “famiglia allargata” nell’industria della pornografia e sull’importante passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, dalla permissività all’intolleranza. La storia era nata con il nome di “The Dirk Diggler’s Story”, dal nome del protagonista, un ragazzo che non combina niente nella vita, fino a quando non scopre di avere una “vocazione” e diventa una porno star di successo, tanto da montarsi la testa e cadere in rovina. Ma qui ad essere narrata non è solo la crisi del singolo, bensì quella di un’intera industria, quella del cinema per adulti, dovuta al passaggio dalla pellicola all’home video. L’atmosfera da grande famiglia e le grandi feste in piscina della prima parte, ricordano ciò che creava Robert Altman con gli attori durante la lavorazione dei suoi film e che P. T. Anderson conosceva bene (ma ne parleremo più avanti). Anche qui ritroviamo molti dei soliti attori, con l’aggiunta della straordinaria Julianne Moore, nel ruolo della porno star tossicodipendente dalla vocazione materna (che tenta di rifarsi con tutti della mancanza del suo unico vero figlio, che le è stato tolto).
Nel 1999 Anderson realizzò quello che, a tutt’oggi, è considerato il suo capolavoro: “Magnolia”. Navigazione lunga un giorno all’interno delle vite di numerosi personaggi (sempre interpretati grossomodo dagli stessi attori, con l’aggiunta di Tom Cruise, che lavora quasi gratis); vite che molto spesso si intrecciano e si influenzano l’un l’altra. C’è il misogino, il presentatore in fin di vita, il poliziotto zelante, l’amante in crisi per aver ingannato il suo uomo, la giovane cocainomane che non riesce a mettere ordine nella sua vita, l’ex bambino prodigio di un quiz televisivo e quello attuale, …. La maggior parte di questi personaggi ha qualche scheletro nell’armadio oppure qualcosa in sospeso, da sistemare. L’unico personaggio adulto che in un’umanità stravolta, come quella creata da Anderson, prova almeno ad aiutare gli altri e a farsi carico del loro dolore, il poliziotto, è anche l’unico che alla fine riceve una specie di premio: tra le rane che piovono alla fine, piaga divina per l’umanità, cade dal cielo anche la pistola di ordinanza che aveva perso. Anche qui il regista riprende il tema del rapporto genitori-figli, con particolare attenzione alla figura del padre. In “Hard Eight” un uomo decide di prendersi cura del figlio dell’uomo che ha ucciso, ma per farlo è costretto a commettere un altro omicidio; in “Boogie Nights” il protagonista fugge dalla famiglia dove la madre non fa che colpevolizzarlo e il padre non fa niente per aiutarlo, ed entra in un’altra “famiglia”, dove il regista diventa una specie di padre putativo, con cui non mancano contrasti e riconciliazioni. In “Magnolia” i casi sono tanti: il padre che vuole fare pace con la figlia prima di morire, dopo averla violentata per anni e averla indotta a drogarsi; l’uomo che finge che il padre sia morto perché aveva abbandonato la madre malata e che adesso, che sta davvero per morire, riesce solo alla fine a essere veramente dispiaciuto per lui; il ragazzino genio sfruttato dal padre per guadagnare soldi a un quiz televisivo che cerca il rispetto del genitore. Inoltre, per Anderson, la violenza è sempre l’atto caratterizzante della famiglia, dai due omicidi in “Hard Eight”, all’adolescente che, mentre cerca di togliersi la vita, viene ucciso inconsapevolmente dalla madre in “Magnolia”.
La violenza torna anche nell’ultimo film del regista californiano, “Punch-Drunk Love” (2003), e anche qui trova le sue origini nel nucleo familiare. Il protagonista (Adam Sandler) è uno strano uomo, che va a lavorare sempre vestito nello stesso modo, che chiama telefoni erotici che poi lo truffano, che colleziona confezioni di budino per vincere miglia aeree, ma che soprattutto viene continuamente assillato dalle sue sette sorelle. Proprio ad una cena con loro assistiamo al primo dei suoi tanti attacchi d’ira che lo portano sempre a distruggere qualcosa (una vetrata, il bagno di un ristorante, …) e non è difficile capire che l’origine di questo problema sia da ricondurre alla sua infanzia e alla difficoltà di essere l’unico ragazzo tra tante donne che lo prendono in giro chiamandolo “finocchietto”. Questo film può essere definito una commedia romantico-surreale, a partire dai personaggi (oltre al bizzarro protagonista, la sua altrettanto bizzarra metà, interpretata da Emily Watson), fino alle situazioni (un piccolo pianoforte semi-distrutto abbandonato in strada, un mostruoso incidente automobilistico di cui nessuno sembra curarsi, una rocambolesca truffa telefonica con conseguente incontro finale tra truffatore e vittima) e all’alternarsi di silenzio e frastuono, calma piatta e più completo caos, tranquillità al limite dell’apatia e violente esternazioni d’ira o di disperazione. Come lo stesso Anderson ammette, Barry Egan (il personaggio interpretato da Sandler) è fortemente autobiografico, in quanto anche lui proviene da una famiglia molto numerosa e sa essere molto arrogante e duro. A differenza dei due film precedenti, “Punch-Drunk Love” ha una lunghezza, per così dire, “umana” (90 minuti ca.) e non cerca di dipingere un grande affresco, seguendo le vicende di numerosi personaggi, ma ne esamina in profondità uno solo, facendo venire alla luce, in una figura da clown, il lato più oscuro. Infatti, è negli intenti del regista fare dei film per il pubblico, ma, allo stesso tempo, non permettere mai che esso possa anche solo minimamente anticiparne i contenuti.

Citando il diretto interessato, uno dei registi che maggiormente lo hanno influenzato è Robert Altman. Per “Magnolia” molti critici hanno parlato di diverse analogie con “America Oggi” (1993), tratto da alcuni racconti di Raymond Carver e la canzone “He Needs Me” in “Punch-Drunk Love” è tratta da “Popeye” (1981). Lo stesso Anderson dice di non provare fastidio nell’essere soprannominato “Little Bobbie Altman” e ammette di esserne stato fortemente influenzato, oltre che come regista, soprattutto come uomo, avendo avuto la possibilità di frequentarlo a lungo. Oltre ad Altman, Anderson parla anche di Scorsese e di Truffaut, ma più di tutti dice di amare Jonathan Demme (che definisce il suo “all-time king hero”), perché lo considera la combinazione dei tre detti precedentemente.

Oltre che nella regia cinematografica, P. T. Anderson si è anche cimentato nella creazione di video musicali. Ha collaborato soprattutto con Fiona Apple (tre video), ma anche con Aimee Mann e Michael Penn. In alcuni di questi lavori, ha utilizzato alcune delle risoluzioni sperimentate nei suoi film (ad esempio la macchina da presa del 1920 utilizzata per la sequenza di Greenberry Hill in “Magnolia”), chiama ancora alcuni de suoi attori preferiti (Reilly, Hoffman, Walters, …) e rende omaggi a film del passato (come al “Non si uccidono così anche i cavalli?” di S. Pollack nel video di Penn).

Valeria Fiordimare

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categoria:cinema
domenica, 06 marzo 2005

Paul Thomas Anderson
Breve analisi di un giovane maestro
Nomination alla Palma d'oro e premio per la regia al Festival di Cannes

di Vittorio Renzi

Da almeno cinque anni, ovvero dall'uscita di Boogie Nights (1997), è nel mirino della critica internazionale, caso più unico che raro di giovane autore - una volta tanto si può non mettere tra virgolette - che scrive e dirige, senza rifugiarsi nella griglia dei generi cinematografici.

Nato a Studio City, in California, nel 1970, esordisce nel 1988 con un cortometraggio su un personaggio che, evidentemente, gli sta a cuore: The Dirk Diggler Story: nel 1997 sarà Mark Wahlberg ad interpretare questo personaggio fittizio (ispirato al "re del porno" John Holmes) in un film di ben più ampio respiro. Nel 1993, dopo ben sei anni, una nuova occasione, il corto Cigarettes and Coffee; nel 1996 il primo lungometraggio, Sydney; l'anno successivo, finalmente, la possibilità e i mezzi per mirare, nientemeno, a un nuovo Nashville, ambientato, anziché nella capitale della musica country, nella Los Angeles dei film porno, della disco e della cocaina (1976-1984). Un film eccezionale: per la durata, il numero degli attori, le trame parallele e il loro perfetto coordinamento, nonché la giovane età del regista, non ancora trentenne. Si inizia a parlare di un nuovo Robert Altman (tra l'altro, il montatore è Dylan Tichenor, che ha lavorato a I protagonisti e America oggi). Tra gli interpreti, oltre a Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Heather Graham, William H. Macy,

Due anni dopo, Magnolia (un meritatissimo Orso d'oro a Berlino) ribadisce che non si è trattato di un isolato colpo di genio. Dunque?

Come prima cosa possiamo dire che nel cinema di P.T. Anderson l'idea e l'uomo hanno lo stesso peso. Ci sono registi come Altman, Kubrick, o i fratelli Coen, per i quali, con intenzioni e modi differenti, la figura umana è imprescindibile da uno sguardo, diciamo così, dall'alto, entomologico: come fosse un insetto da studiare mentre si dibatte nella ragnatela del Caso/Caos. Anche Anderson tesse questa ragnatela casuale-caotica, ma la vittima designata è, non un insetto, ma l'essere umano, osservato con viva partecipazione.

Anderson ama tutti i suoi personaggi, anche quelli detestabili: di ognuno rende manifeste le ragioni, i sentimenti, la sofferenza. Un regista umanista che, come Michael Mann, non può esimersi dal rappresentare la dignità, se non morale, vitale dell'uomo postmoderno ma che, a differenza di Mann, non ne traccia un malinconico epitaffio, bensì ne documenta, nonostante tutto, l'ostinazione del vivere.

Al pari di Altman, Anderson possiede una vocazione polifonica (nel senso che Bachtin attribuisce a Dostoevskij) così lucida e precisa, da poter assemblare decine di storie, personaggi, piccoli episodi paralleli, senza perdere il senso organico della totalità della messa in scena - sia nei termini di svolgimento della narrazione, sia per la coerenza delle scelte registiche, per l'uso significante della colonna sonora. Ma al contrario di Altman, sempre trascendente rispetto alla sua creazione, Anderson è - quasi sempre - immanente ad essa, come fosse l'attore invisibile dietro il volto di ogni attore. Non stupisce che il sogno di ogni interprete, oggi, sia di lavorare con questo giovane e talentuoso regista.

Un regista all'altezza della sua ambizione e, in qualche caso (la pioggia di rane in Magnolia), persino della sua presunzione. E' straordinario, infatti, che questa grande capacità di controllo non solo non soffochi ma al contrario esalti l'emozione, così come la capacità tecnica, il virtuosismo dei piani-sequenza o del montaggio non sproloquiano invano ma costruiscono e danno spessore al testo.

L'attesa italiana è ora rivolta al suo ultimo film, Punch-Drunk Love, con il quale ha ottenuto la nomination alla Palma d'oro e ha vinto il premio per la regia al Festival di Cannes, ex-aequo con il coreano Kwon-taek Im. Il titolo è un’espressione gergale che sta per “ubriaco perso d’amore”, o qualcosa del genere: è quanto capita a Barry Egan, giovane e problematico proprietario di un’azienda, asfissiato da sette sorelle, che si mette nei guai a causa di una telefonata erotica. Una delle sorelle, però, ha un’amica, bionda… Gli interpreti: Adam Sandler (comico noto per lo show televisivo Saturday Night Live), Emily Watson ( Le onde del destino, The Boxer, Gosford Park) e l'immancabile Philip Seymour Hoffman (già presente in Sydney, Boogie Nights e Magnolia


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categoria:cinema
sabato, 05 marzo 2005

Mason & Dixon

Castle Lepton 

Lord e Lady Lepton


Un leptone (dal greco λεπτοσ, [sottile, leggero; la forma neutra λεπτον, sostantivata, significa 'spicciolo']) è una particella subatomica che (ad oggi) si ritiene sia puntiforme e non composta da quark, quindi fondamentale. I leptoni sono suddivisi in tre famiglie: gli elettroni, i muoni, le particelle tau, e i loro rispettivi neutrini.

elettrone e e neutrino νe
muone μ e neutrino νμ
tauone τ e neutrino ντ
Tutti i leptoni conosciuti hanno carica negativa o neutra. Ci sono sei tipi di leptoni: tre con carica negativa e tre con carica neutra.

L'elettrone, il muone e il tau si differenziano per la loro massa. In tal senso, una delle sfide più importanti della fisica moderna riguarda proprio la ricerca del motivo di questa differenza in massa. Il modello standard prevede l'esistenza di una particella molto massiva - il bosone di Higgs - che determinerebbe, a seconda dell'interazione con i leptoni, la loro massa. È in costruzione al CERN di Ginevra una collisore (LHC) che si spera permetterà di osservare, seppure indirettamente, il bosone di Higgs.

Se i neutrini abbiano massa è una domanda a cui ancora non si è data una risposta.

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categoria:vineland
giovedì, 03 marzo 2005

Tutti i neocon di Bush, i loro libri e le loro idee raccontate da Bill Kristol
Il direttore del Weekly Standard si prende gioco dei detrattori e annuncia il “Comitato per un’Europa più forte”
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Il convegno di Liberal-Roma. “Forse ci sono più neoconservatori qui che in America”, dice al Foglio Bill Kristol, il direttore del Weekly Standard invitato in Italia da Liberal per celebrare i dieci anni della Fondazione animata da Ferdinando Adornato. Una volta sbarcato a Roma, il primo pensiero di Kristol è di quelli da far rabbrividire chi davvero pensa che i neocon siano gli uomini più pericolosi del mondo: “Andiamo a fare una passeggiata ai Fori, così prendo appunti sull’Impero?”. Kristol e i neocon si divertono e si prendono gioco di chi comicamente li accusa dei peggiori crimini, così lasciano davvero credere di essere degli infingardi cospiratori. I giornali li descrivono come una cabala di ebrei affaristi e avidi di potere che si riuniscono in loschi centri studi per pianificare guerre, spartirsi il bottino e fare gli interessi dei coloni di Israele. Spesso basta che un americano abbia la reputazione di cattivo, o anche solo la faccia da schiaffi, per essere bollato sui giornali italiani come un perfido neoconservatore. Non è quasi mai vero.
Kristol, così, ha accettato la proposta del Foglio di fare una volta per tutte “la lista definitiva dei neocon”, l’elenco ufficiale dei neoconservatori a uso delle redazioni. Tanto per cominciare Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Alberto Gonzales, John Bolton e gli evangelici non sono neoconservatori. George Bush e Condi Rice nemmeno, “anche se ormai sono diventati loro i veri leader neocon”, spiega un Kristol davvero soddisfatto del vorticoso contagio democratico diffuso in medio oriente dalla Casa Bianca. Per dirne una, i neocon non hanno nemmeno un deputato, non sono un movimento organizzato e sono mal sopportati dalla leadership del partito repubblicano. I conservatori doc li odiano.
I padri fondatori di quello che fu un movimento liberal che si articolava intorno alle riviste Commentary (per le questioni estere) e Public Interest (per le cose interne) sono quattro: Irving Kristol, padre di Bill; Norman Podhoretz, padre dell’editorialista John; Nathan Glazer e Daniel Bell. Due su quattro, Glazer e Bell, sono ancora liberal, nonché elettori del partito democratico. Fra tre settimane, Public Interest chiuderà i battenti dopo 40 anni di servizio con un saggio definitivo sull’esperienza, scritto da Irving Kristol. Della prima generazione, ricorda il figlio Bill, fanno parte anche sua madre Gertrude Himmelfarb, storica dell’età vittoriana, e Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice di Ronald Reagan all’Onu, mentre sul fronte politico i due amici parlamentari sono stati i senatori Democratici Daniel P. Moynihan ed Henry Scoop Jackson. Quanto alle influenze intellettuali, Kristol nega l’ultima trovata del Times, cioè che uno degli ispiratori sia stato Winston Churchill, piuttosto – dice – sono stati Leo Strauss, Alexis de Tocqueville e Raymond Aron. Tra i libri, Kristol cita “Losing Ground” di Charles Murray, “The spirit of liberalism” di Harvey Mansfield e “Wealth and Poverty” di George Gilder. Il primo è il saggio più completo sul fallimento dello Stato assistenziale, il secondo spiega perché i liberal si sono fatti fagocitare dalla sinistra, il terzo è un manifesto pro libera impresa. Il libro per capire la critica neocon alla società moderna, spiega Kristol, è “The closing of the american mind” di Allan Bloom.

Gli amici liberal
I neocon dentro l’Amministrazione sono pochi e, tranne Bill Luti al Pentagono, non hanno compiti operativi. Sono uomini di idee, dice Kristol. Il più noto è Paul Wolfowitz, poi ci sono Lewis Libby, capo dello staff di Cheney, Elliot Abrams, consigliere per la strategia democratica globale, Douglas Feith, il quale sta per lasciare il governo. Fuori dall’amministrazione ci sono Richard Perle e David Frum, i più politici della galassia neocon. Folto il campo degli editorialisti: il Weekly Standard, David Brooks (NYT) Charles Krauthammer (WaPost) Max Boot (LATimes) e, poi, Robert Kagan e Reuel Marc Gerecht. La maggior parte degli analisti dell’American Enterprise, da Michael Novak a Michael Ledeen, è neocon. Sul fronte liberal, i neocon hanno ottimi rapporti con il gruppo di New Republic, con il senatore democratico Joe Lieberman e con studiosi della Brookings come Michael O’Hanlon e James Steinberg, spesso firmatari di appelli bipartisan del famigerato Project for a new american century (Pnac) diretto da Gary Schmitt. “In realtà – conclude Kristol – i neocon sono davvero pochi, ma l’America è piena di cripto-neocon, gente patriottica, liberista, contraria all’estremismo di sinistra e che difende alcuni valori tradizionali come quelli familiari”. Kristol e Schmitt sono convinti che anche l’Europa sia piena di cripto-neocon, così lavorano per metterli insieme e ribaltare il luogo comune che definisce i neocon come antieuropei. A breve nascerà una specie di Pnac transatlantico, il “Comitato per un’Europa più forte”.

IL FOGLIO     (03/03/2005) 
 

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mercoledì, 02 marzo 2005

Sosteniamo la rivoluzione pacifica dei Cedri 

Un invito a tutti i blogger di buona volontà :sosteniamo tutti uniti la mobilitazione popolare, spontanea e non violenta dei Libanesi per la democrazia. Non lasciamoli soli . Lanciamo e.mail di sostegno , sms  ai loro cellulari , inviamo lettere in antica carta. Il nostro calore li aiuterà di sicuro. Chi conosce i numeri e gli indirizzi giusti li trasmetta .

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martedì, 01 marzo 2005
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categoria:vineland