domenica, 06 marzo 2005

PAUL THOMAS ANDERSON

Enfant prodige: questi sono i due termini forse più utilizzati per descrivere Paul Thomas Anderson, e non si può certo dare torto a chi lo ha chiamato così. Infatti, il regista californiano, all’età di 33 anni (è nato l’1 gennaio del 1970 a Studio City) ha all’attivo diversi film e molti premi.
Questo suo inizio precoce e la sua escalation in pochi anni si devono anche al fatto che Anderson abbia sempre avuto le idee molto chiare sul suo futuro: già intorno ai sette anni aveva deciso che da grande avrebbe fatto il regista. Suo padre, tra l’altro, aveva lavorato nell’ambiente, facendo il doppiatore (pensate, addirittura in Love Boat!) e creando il personaggio di Ghoulardi (nome che poi Paul darà alla sua compagnia di produzione), un presentatore in costume che introduceva i film dell’orrore su una stazione televisiva locale di Cleveland. Anderson sostiene che suo padre non ebbe mai grande successo perché era un pessimo attore, e non si può escludere che egli sia stato spinto, almeno in parte, ad intraprendere una carriera nel campo cinematografico dalle ambizioni fallite del padre.
Non si può dire che Anderson fosse un bravo studente e, infatti, dovette lasciare la scuola per i suoi continui litigi con i compagni e i brutti voti. In seguito provò a frequentare alcune università e scuole di cinema, ma senza mai concluderle.
Per alcuni anni lavorò anche per la televisione, come assistente di produzione in vari film, video e quiz.
La svolta nella sua carriera avvenne nel 1993, quando, dopo aver scritto e diretto il suo primo cortometraggio, “Cigarettes & Coffee”, lo presentò al Sundance Film Festival. In seguito, al Sundance Institute Filmmaker’s Workshop, una specie di laboratorio, fu in grado di realizzare il suo primo lungometraggio, “Hard Eight” (inizialmente intitolato “Sidney”), basato su una sceneggiatura che aveva scritto intorno ad un attore: Philip Baker Hall. Quest’ultimo aveva partecipato anche al suo cortometraggio e il film nasceva essenzialmente dal desiderio di conoscere meglio quest’uomo. Al laboratorio, oltre che con lui, ebbe anche la possibilità di lavorare con altri attori che sarebbero stati nel film, tra cui John C. Reilly, che ritroveremo anche in altri suoi lavori. Infatti, una delle caratteristiche principali di P. T. Anderson è quella di lavorare quasi sempre con gli stessi attori, oltre ad ambientare tutti i suoi film nella San Fernando Valley, perché, come sostiene lui stesso, lì si sente a casa, può trovare tutte le locations necessarie, ma soprattutto perché, dopo una giornata di lavoro, gli piace dormire nel suo letto!
Durante quest’esperienza, le cose più importanti che imparò furono quasi tutte sul come muoversi nell’industria cinematografica e sul come proteggere il suo lavoro dalle case di produzione e di distribuzione.
Nel 1997 fu la volta di “Boogie Nights”, storia di una specie di “famiglia allargata” nell’industria della pornografia e sull’importante passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, dalla permissività all’intolleranza. La storia era nata con il nome di “The Dirk Diggler’s Story”, dal nome del protagonista, un ragazzo che non combina niente nella vita, fino a quando non scopre di avere una “vocazione” e diventa una porno star di successo, tanto da montarsi la testa e cadere in rovina. Ma qui ad essere narrata non è solo la crisi del singolo, bensì quella di un’intera industria, quella del cinema per adulti, dovuta al passaggio dalla pellicola all’home video. L’atmosfera da grande famiglia e le grandi feste in piscina della prima parte, ricordano ciò che creava Robert Altman con gli attori durante la lavorazione dei suoi film e che P. T. Anderson conosceva bene (ma ne parleremo più avanti). Anche qui ritroviamo molti dei soliti attori, con l’aggiunta della straordinaria Julianne Moore, nel ruolo della porno star tossicodipendente dalla vocazione materna (che tenta di rifarsi con tutti della mancanza del suo unico vero figlio, che le è stato tolto).
Nel 1999 Anderson realizzò quello che, a tutt’oggi, è considerato il suo capolavoro: “Magnolia”. Navigazione lunga un giorno all’interno delle vite di numerosi personaggi (sempre interpretati grossomodo dagli stessi attori, con l’aggiunta di Tom Cruise, che lavora quasi gratis); vite che molto spesso si intrecciano e si influenzano l’un l’altra. C’è il misogino, il presentatore in fin di vita, il poliziotto zelante, l’amante in crisi per aver ingannato il suo uomo, la giovane cocainomane che non riesce a mettere ordine nella sua vita, l’ex bambino prodigio di un quiz televisivo e quello attuale, …. La maggior parte di questi personaggi ha qualche scheletro nell’armadio oppure qualcosa in sospeso, da sistemare. L’unico personaggio adulto che in un’umanità stravolta, come quella creata da Anderson, prova almeno ad aiutare gli altri e a farsi carico del loro dolore, il poliziotto, è anche l’unico che alla fine riceve una specie di premio: tra le rane che piovono alla fine, piaga divina per l’umanità, cade dal cielo anche la pistola di ordinanza che aveva perso. Anche qui il regista riprende il tema del rapporto genitori-figli, con particolare attenzione alla figura del padre. In “Hard Eight” un uomo decide di prendersi cura del figlio dell’uomo che ha ucciso, ma per farlo è costretto a commettere un altro omicidio; in “Boogie Nights” il protagonista fugge dalla famiglia dove la madre non fa che colpevolizzarlo e il padre non fa niente per aiutarlo, ed entra in un’altra “famiglia”, dove il regista diventa una specie di padre putativo, con cui non mancano contrasti e riconciliazioni. In “Magnolia” i casi sono tanti: il padre che vuole fare pace con la figlia prima di morire, dopo averla violentata per anni e averla indotta a drogarsi; l’uomo che finge che il padre sia morto perché aveva abbandonato la madre malata e che adesso, che sta davvero per morire, riesce solo alla fine a essere veramente dispiaciuto per lui; il ragazzino genio sfruttato dal padre per guadagnare soldi a un quiz televisivo che cerca il rispetto del genitore. Inoltre, per Anderson, la violenza è sempre l’atto caratterizzante della famiglia, dai due omicidi in “Hard Eight”, all’adolescente che, mentre cerca di togliersi la vita, viene ucciso inconsapevolmente dalla madre in “Magnolia”.
La violenza torna anche nell’ultimo film del regista californiano, “Punch-Drunk Love” (2003), e anche qui trova le sue origini nel nucleo familiare. Il protagonista (Adam Sandler) è uno strano uomo, che va a lavorare sempre vestito nello stesso modo, che chiama telefoni erotici che poi lo truffano, che colleziona confezioni di budino per vincere miglia aeree, ma che soprattutto viene continuamente assillato dalle sue sette sorelle. Proprio ad una cena con loro assistiamo al primo dei suoi tanti attacchi d’ira che lo portano sempre a distruggere qualcosa (una vetrata, il bagno di un ristorante, …) e non è difficile capire che l’origine di questo problema sia da ricondurre alla sua infanzia e alla difficoltà di essere l’unico ragazzo tra tante donne che lo prendono in giro chiamandolo “finocchietto”. Questo film può essere definito una commedia romantico-surreale, a partire dai personaggi (oltre al bizzarro protagonista, la sua altrettanto bizzarra metà, interpretata da Emily Watson), fino alle situazioni (un piccolo pianoforte semi-distrutto abbandonato in strada, un mostruoso incidente automobilistico di cui nessuno sembra curarsi, una rocambolesca truffa telefonica con conseguente incontro finale tra truffatore e vittima) e all’alternarsi di silenzio e frastuono, calma piatta e più completo caos, tranquillità al limite dell’apatia e violente esternazioni d’ira o di disperazione. Come lo stesso Anderson ammette, Barry Egan (il personaggio interpretato da Sandler) è fortemente autobiografico, in quanto anche lui proviene da una famiglia molto numerosa e sa essere molto arrogante e duro. A differenza dei due film precedenti, “Punch-Drunk Love” ha una lunghezza, per così dire, “umana” (90 minuti ca.) e non cerca di dipingere un grande affresco, seguendo le vicende di numerosi personaggi, ma ne esamina in profondità uno solo, facendo venire alla luce, in una figura da clown, il lato più oscuro. Infatti, è negli intenti del regista fare dei film per il pubblico, ma, allo stesso tempo, non permettere mai che esso possa anche solo minimamente anticiparne i contenuti.

Citando il diretto interessato, uno dei registi che maggiormente lo hanno influenzato è Robert Altman. Per “Magnolia” molti critici hanno parlato di diverse analogie con “America Oggi” (1993), tratto da alcuni racconti di Raymond Carver e la canzone “He Needs Me” in “Punch-Drunk Love” è tratta da “Popeye” (1981). Lo stesso Anderson dice di non provare fastidio nell’essere soprannominato “Little Bobbie Altman” e ammette di esserne stato fortemente influenzato, oltre che come regista, soprattutto come uomo, avendo avuto la possibilità di frequentarlo a lungo. Oltre ad Altman, Anderson parla anche di Scorsese e di Truffaut, ma più di tutti dice di amare Jonathan Demme (che definisce il suo “all-time king hero”), perché lo considera la combinazione dei tre detti precedentemente.

Oltre che nella regia cinematografica, P. T. Anderson si è anche cimentato nella creazione di video musicali. Ha collaborato soprattutto con Fiona Apple (tre video), ma anche con Aimee Mann e Michael Penn. In alcuni di questi lavori, ha utilizzato alcune delle risoluzioni sperimentate nei suoi film (ad esempio la macchina da presa del 1920 utilizzata per la sequenza di Greenberry Hill in “Magnolia”), chiama ancora alcuni de suoi attori preferiti (Reilly, Hoffman, Walters, …) e rende omaggi a film del passato (come al “Non si uccidono così anche i cavalli?” di S. Pollack nel video di Penn).

Valeria Fiordimare

postato da: Oedipa alle ore 20:36 | Permalink | commenti
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