domenica, 13 marzo 2005

BLOG FAILURE

Arrivederci e grazie!

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categoria:cinema, letteratura, vineland, attrattori strani
giovedì, 03 marzo 2005

Tutti i neocon di Bush, i loro libri e le loro idee raccontate da Bill Kristol
Il direttore del Weekly Standard si prende gioco dei detrattori e annuncia il “Comitato per un’Europa più forte”
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Il convegno di Liberal-Roma. “Forse ci sono più neoconservatori qui che in America”, dice al Foglio Bill Kristol, il direttore del Weekly Standard invitato in Italia da Liberal per celebrare i dieci anni della Fondazione animata da Ferdinando Adornato. Una volta sbarcato a Roma, il primo pensiero di Kristol è di quelli da far rabbrividire chi davvero pensa che i neocon siano gli uomini più pericolosi del mondo: “Andiamo a fare una passeggiata ai Fori, così prendo appunti sull’Impero?”. Kristol e i neocon si divertono e si prendono gioco di chi comicamente li accusa dei peggiori crimini, così lasciano davvero credere di essere degli infingardi cospiratori. I giornali li descrivono come una cabala di ebrei affaristi e avidi di potere che si riuniscono in loschi centri studi per pianificare guerre, spartirsi il bottino e fare gli interessi dei coloni di Israele. Spesso basta che un americano abbia la reputazione di cattivo, o anche solo la faccia da schiaffi, per essere bollato sui giornali italiani come un perfido neoconservatore. Non è quasi mai vero.
Kristol, così, ha accettato la proposta del Foglio di fare una volta per tutte “la lista definitiva dei neocon”, l’elenco ufficiale dei neoconservatori a uso delle redazioni. Tanto per cominciare Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Alberto Gonzales, John Bolton e gli evangelici non sono neoconservatori. George Bush e Condi Rice nemmeno, “anche se ormai sono diventati loro i veri leader neocon”, spiega un Kristol davvero soddisfatto del vorticoso contagio democratico diffuso in medio oriente dalla Casa Bianca. Per dirne una, i neocon non hanno nemmeno un deputato, non sono un movimento organizzato e sono mal sopportati dalla leadership del partito repubblicano. I conservatori doc li odiano.
I padri fondatori di quello che fu un movimento liberal che si articolava intorno alle riviste Commentary (per le questioni estere) e Public Interest (per le cose interne) sono quattro: Irving Kristol, padre di Bill; Norman Podhoretz, padre dell’editorialista John; Nathan Glazer e Daniel Bell. Due su quattro, Glazer e Bell, sono ancora liberal, nonché elettori del partito democratico. Fra tre settimane, Public Interest chiuderà i battenti dopo 40 anni di servizio con un saggio definitivo sull’esperienza, scritto da Irving Kristol. Della prima generazione, ricorda il figlio Bill, fanno parte anche sua madre Gertrude Himmelfarb, storica dell’età vittoriana, e Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice di Ronald Reagan all’Onu, mentre sul fronte politico i due amici parlamentari sono stati i senatori Democratici Daniel P. Moynihan ed Henry Scoop Jackson. Quanto alle influenze intellettuali, Kristol nega l’ultima trovata del Times, cioè che uno degli ispiratori sia stato Winston Churchill, piuttosto – dice – sono stati Leo Strauss, Alexis de Tocqueville e Raymond Aron. Tra i libri, Kristol cita “Losing Ground” di Charles Murray, “The spirit of liberalism” di Harvey Mansfield e “Wealth and Poverty” di George Gilder. Il primo è il saggio più completo sul fallimento dello Stato assistenziale, il secondo spiega perché i liberal si sono fatti fagocitare dalla sinistra, il terzo è un manifesto pro libera impresa. Il libro per capire la critica neocon alla società moderna, spiega Kristol, è “The closing of the american mind” di Allan Bloom.

Gli amici liberal
I neocon dentro l’Amministrazione sono pochi e, tranne Bill Luti al Pentagono, non hanno compiti operativi. Sono uomini di idee, dice Kristol. Il più noto è Paul Wolfowitz, poi ci sono Lewis Libby, capo dello staff di Cheney, Elliot Abrams, consigliere per la strategia democratica globale, Douglas Feith, il quale sta per lasciare il governo. Fuori dall’amministrazione ci sono Richard Perle e David Frum, i più politici della galassia neocon. Folto il campo degli editorialisti: il Weekly Standard, David Brooks (NYT) Charles Krauthammer (WaPost) Max Boot (LATimes) e, poi, Robert Kagan e Reuel Marc Gerecht. La maggior parte degli analisti dell’American Enterprise, da Michael Novak a Michael Ledeen, è neocon. Sul fronte liberal, i neocon hanno ottimi rapporti con il gruppo di New Republic, con il senatore democratico Joe Lieberman e con studiosi della Brookings come Michael O’Hanlon e James Steinberg, spesso firmatari di appelli bipartisan del famigerato Project for a new american century (Pnac) diretto da Gary Schmitt. “In realtà – conclude Kristol – i neocon sono davvero pochi, ma l’America è piena di cripto-neocon, gente patriottica, liberista, contraria all’estremismo di sinistra e che difende alcuni valori tradizionali come quelli familiari”. Kristol e Schmitt sono convinti che anche l’Europa sia piena di cripto-neocon, così lavorano per metterli insieme e ribaltare il luogo comune che definisce i neocon come antieuropei. A breve nascerà una specie di Pnac transatlantico, il “Comitato per un’Europa più forte”.

IL FOGLIO     (03/03/2005) 
 

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mercoledì, 02 marzo 2005

Sosteniamo la rivoluzione pacifica dei Cedri 

Un invito a tutti i blogger di buona volontà :sosteniamo tutti uniti la mobilitazione popolare, spontanea e non violenta dei Libanesi per la democrazia. Non lasciamoli soli . Lanciamo e.mail di sostegno , sms  ai loro cellulari , inviamo lettere in antica carta. Il nostro calore li aiuterà di sicuro. Chi conosce i numeri e gli indirizzi giusti li trasmetta .

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sabato, 26 febbraio 2005

 Ecco perché Prodi non aggiorna il blog!

da Giudamaccablog


Perché il leader dell'Unione era impegnato a scrivere un pistolotto da 13000 battute sul Corriere della sera; suddivise come segue:

Saluti al Direttore, anche se il mio precedente articolo era per Repubblica voglio bene anche a voi. Siete tanto bravi e mi fate riflettere molto. (Mille battute circa)
Mi avete fatto due domande, che mi hanno fatto riflettere a lungo - ve l'avevo già detto? - queste domande sono: Perché ho detto a Bush benvenuto, mentre a giugno dell'anno scorso gli avevo mandato a dire vaffanculo brutto cowboy guerrafondaio? E il fatto che dica oggi a Bush benvenuto significa forse che ho cambiato idea? Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe una linea di politica estera dell'Unione, ma non c'è, quindi potrei dirvi di rifarmi la domanda quando e se ne avremo concordata una e di non romper l'anima, che sono così impegnato che non riesco nemmeno ad aggiornare il blog. Ma siccome sono stato il capo dell'Europa per cinque anni - ve l'ho mai detto? - e adesso sono il capo dell'Unione me ne fotto che non ci sia una linea di politica estera e vi dico la mia. (Millesettecento battute)
Non ho cambiato idea, Bush è un puzzone e non doveva fare la guerra, le elezioni sono state carine ma ci vuole l'Onu. Se non mando più Bush a quel paese è solo perché adesso è stato carino con l'Europa. E poi la democrazia non si esporta con le armi, ha visto Bush come siamo stati bravi in Europa a vincere la guerra fredda e far diventare democratico tutto l'est europeo e parte dell'Africa? - dei turchi non parlo che l'ultima volta ho fatto una gaffe - così bisogna fare. (Duemilaquattrocento battute)
In Iraq il vuoto di potere ha creato il terrorismo, per sistemare tutto ci vuole l'Onu. (Duemiladuecentocinquanta battute)
La politica estera dell'Unione è la pace. La guerra non si fa. La Costituzione dice che non si fa la guerra. La politica estera dell'Unione è l'articolo undici della Costituzione. (Duemilatrecento battute)
La guerra la può autorizzare solo l'Onu, in tutti i casi tranne uno. Tranne cioè che non sia fatta da un governo di centrosinistra e da un presidente americano democratico, in questo caso non si chiama guerra ma "intervento armato". (Duemilaottocento battute)
Prima che i riformisti si incazzino, questa non è la linea ufficiale dell'Unione, quella non c'è, questo è solo il contributo del capo, che sarei io.
Saluti. (Cinquecentosessanta battute)

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sabato, 19 febbraio 2005

Tullio Avoledo si racconta

Stando ai documenti e alla memoria dei miei genitori sono nato a Valvasone, in Friuli, il 1° giugno del 1957. Vivo e lavoro a Pordenone. Sono friulano per tre quarti e tedesco per il resto: fra i rami del mio albero genealogico c’è Johann Philipp Kimberger (1721-1783), allievo di J.S. Bach e musicista alla corte di Federico il Grande. Sin da piccolo ho sempre letto molto, probabilmente troppo. Dopo la maturità classica avrei voluto iscrivermi al DAMS a Bologna. Scelsi invece Giurisprudenza; non è stata una scelta felice. Dopo la laurea ho fatto per qualche tempo il consulente alla formazione per una ditta produttrice di personal computer e il copywriter per un’agenzia di pubblicità. Contemporaneamente traducevo libri dall’inglese e scrivevo per un giornale locale. Nel 1991 mi ha assunto una banca di Pordenone, per il suo ufficio legale, in cui lavoro tuttora. Nel ’95 ho sposato Anny, figlia di friulani nata a Parigi. Abbiamo due figli, Francesco di sei anni ed Elisa, nata il 29 maggio di quest’anno.

Due anni fa ho partecipato a un corso di scrittura tenuto a Pordenone da Mauro Covacich e Gian Mario Villalta. Mauro è stato il primo lettore di L'elenco telefonico di Atlantide, che è nato in parte per effetto di quel corso e in parte da una lettera dello scrittore inglese Arthur C. Clarke. Qui devo aprire una parentesi. Durante l’università mi venne voglia di leggere le opere di Shakespeare in inglese. Così cominciai a studiare da autodidatta quella lingua. Finii per leggere sempre più opere di autori anglosassoni, spesso nell’edizione originale. Nel 1998 scrissi una lettera a tutti i miei scrittori anglosassoni preferiti. Erano parecchi, e già trovarne gli indirizzi fu un’impresa notevole. Quasi tutti mi hanno risposto, e nel corso di quattro anni ho accumulato una raccolta fantastica di lettere, autografi e altri memorabilia, ma soprattutto un tesoro di contatti umani e di preziose informazioni. Non capita a tutti di ricevere consigli di lettura da David Foster Wallace, o di scrivere del Friuli a Robert Ludlum e di trovare poi due personaggi che parlano friulano nel suo nuovo romanzo...

Tornando a L'elenco telefonico di Atlantide, a una mia domanda sulla possibilità di replicare la coscienza umana su un supporto informatico, Sir Arthur C. Clarke rispose mettendomi sulle tracce di Soul Catcher 2025, un progetto della British Telecom che è poi diventato il nucleo di Atlantide. Mauro Covacich mi suggerì di inviare il dattiloscritto a Giulio Mozzi, che giusto allora stava curando l’avvio della collana indicativo presente per Sironi. Nel frattempo avevo finito anche un secondo romanzo, Mare di Bering, così spedii a Giulio anche quello. Risultato: dal momento che i due romanzi non si integravano nel progetto e nei parametri di indicativo presente, con mia grande sorpresa Atlantide e Bering sarebbero diventati il primo e il terzo titolo della nuova collana Questo e altri mondi! A ottobre ho avuto la mia “presentazione al tempio”, partecipando come autore inedito a Ricercare 2002, laboratorio di giovani scritture che si tiene da dieci anni a Reggio Emilia.

Qualche dettaglio tecnico: solitamente scrivo di notte, quando il resto della famiglia dorme, con le cuffie dello stereo sulle orecchie e nelle cuffie la musica dei miei autori preferiti. Se qualcuno dovesse domandarmi perché scrivo, gli risponderei “perché mi diverte. E mi diverto ancora di più a rileggere quello che ho scritto.” A me sembrano due buoni motivi. 

 

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sabato, 19 febbraio 2005

INTERVISTA A TULLIO AVOLEDO

a cura di Marco Mocchi



Tullio Avoledo, friulano, classe 1957, sposato con due figli e impiegato nell’ufficio legale di una banca, è l’autore di “L’elenco telefonico di Atlantide”, che trovate recensito in altra sede nel sito di IntercoM, suo romanzo d’esordio con cui l’Editore Sironi ha inaugurato, nel gennaio 2003, la collana “Questo e altri mondi”, a cura di Giulio Mozzi .
Giulio Rovedo, friulano, sposato con un figlio, impiegato nell’ufficio legale di una piccola banca di provincia, è il protagonista delle vicende del romanzo “L’elenco telefonico di Atlantide”.
Uno strano senso di déjà vu? Beh, sicuramente l’assonanza tra i nomi, la somiglianza macroscopica di certe situazioni tra le vite dell’autore e del protagonista del romanzo sono un indizio sul fatto che ad Avoledo piaccia in qualche modo giocare e giocare con il lettore.
Leggendo il romanzo questo indizio diventa un sospetto (a partire dai capoversi dei primi capitoli: un gioco/sfida col lettore; indovina il titolo distorto: ex. “Avventura nella stagione dei monsoni: Indiana Jones e il tempo maledetto”) ed il sospetto assume consistenza reale di “godimento” man mano che la vicenda si dipana, con continue divagazioni, citazioni e richiami in una vicenda che gronda effervescenza da tutti i pori…

La lettura del romanzo, nell’intreccio del complesso narrativo, è una sorpresa continua per il lettore, che si trova ripetutamente stuzzicato da richiami, paralleli, citazioni di romanzi, riferimenti musicali o cinematografici. Quali sono stati i riferimenti culturali su cui si è sviluppato il romanzo?
Spero di non scandalizzare nessuno citando due fumettisti: il francese Gérard Lauzier e l’americano G.B. Trudeau, autore della quasi trentennale saga di “Doonesbury”, in cui i personaggi e le storie s’intrecciano, sovrapponendosi anche alla vita reale: per cui in questo monumentale e al tempo stesso vivacissimo sceneggiato a fumetti entrano ed escono presidenti, cantanti, attori, guerre e scandali, interagendo con i personaggi inventati dall’autore. Non avrei potuto scrivere “Mare di Bering” (N.d.I.: terzo romanzo previsto per la collana “Questo e altri mondi”) senza aver letto e metabolizzato “Doonesbury”, mentre “Atlantide” è sicuramente tributario della satira sociale di Lauzier.

Questa è una scelta stilistica? Come la motivi?
Non amo le descrizioni tipiche dei romanzieri “classici”. In altre parole non sopporto le descrizioni eccessive dei personaggi o degli scenari, il dettaglio psicologico, e in generale tutto quello che appesantisce la narrazione. La pretesa del narratore di “descrivere con precisione” non può essere che velleitaria, se si considera la complessità del mondo attuale, in continua evoluzione e in uno stato di perenne disordine. Il romanzo ottocentesco descriveva elementi relativamente fermi, ed era quindi altrettanto relativamente in grado di “descrivere”, mentre l’occhio del narratore contemporaneo secondo me può cogliere solo guizzi obliqui, istantanee mosse, della realtà. O di quello che passa per “realtà”, dato che non sono neppure sicuro che questo concetto abbia molto senso, applicato alla vita che facciamo, e che è fatta più di stimoli indotti dalla volontà e dalla capacità di manipolazione altrui che dalla vita “materiale”. In altre parole credo che stiamo diventando sempre più creature virtuali. Il protagonista del mio libro è un esempio di questo processo in atto. Quello che crede di sapere, quello che crede di vedere gli arriva in realtà da altrove. E’ un individuo mutilato, di cui la società è – paradossalmente - un’ipertrofica protesi. Per questo nel romanzo ci sono più musica e cinema che letteratura: perché è così anche nella vita reale. Tutti ascoltiamo musica, tutti andiamo al cinema o vediamo la televisione, ma non tutti leggiamo libri. I libri contribuiscono in percentuale minima a formare l’immaginario collettivo. Se in un libro dico che un personaggio porta un cappello all’Indiana Jones quasi tutti i lettori visualizzano quel cappello. Se io scrivo che il personaggio si pettina come il grande Gatsby o come il giovane Holden, tu cosa vedi?
Poi c’è un’altra cosa da dire: sotto il profilo degli apporti stilistici, un’opera musicale come “The Sinking of the Titanic” di Gavin Bryars o il film “American Beauty” di Sam Mendes (che ho espressamente citato nel “movimento di macchina” iniziale del libro, cioè nella carrellata esterna sul condominio) hanno pesato molto di più sul mio modo di scrivere che non l’opera di altri scrittori. Invece il mio terzo romanzo, ancora fieramente in fieri, risente parecchio dell’influsso della poesia di Tony Harrison e Seamus Heaney e dell’ascolto intensivo di un cantautore – se possiamo chiamarlo così – inglese, Billy Bragg: un reperto storico dell’epoca tramontata dell’Impegno Politico.

Come ti poni nei confronti della narrativa “di genere”?
Non riesco a vedere i confini della letteratura, le linee di frattura o di convergenza che dovrebbero determinare i generi e la collocazione di un’opera all’interno di essi. Forse perché gli autori e le opere che preferisco sfuggono alle catalogazioni troppo facili. Dove inserire Vonnegut, ad esempio? E Palahniuk? E Foster Wallace?

E nei confronti della fantascienza?
Ah! La fantascienza è stato il mio amore di gioventù. Non il primo, ma quello che sicuramente mi ha più segnato. Forse perché mi ha colto nel momento più delicato del mio processo di formazione. A Padova nel 1977 c’era il Movimento, c’erano gli ormoni a mille, e poi c’era la corsa in edicola a comprare il nuovo numero di ROBOT. Le tre cose coesistevano bene insieme, formavano un cocktail straordinario. La fantascienza per me ha il sapore della gioventù.

Fatte queste premesse: una tua definizione di “fantascienza”?
Dovrò citare ancora una volta Kurt Vonnegut, che ha scritto che gli dispiace che i suoi libri vengano infilati dalla critica nel cassetto della fantascienza, perché i critici spesso scambiano quel cassetto per un orinale. In realtà molti che non conoscono il genere vedono la fantascienza come una cosa da ragazzini, o da ignoranti. Forse era così in America negli anni ´50 o ´60. Attualmente credo che i lettori di fantascienza siano distribuiti più sulle fasce alte d’età che fra i giovani, che sono abituati a "ingerire" fantascienza attraverso altri canali (film, videoclip, fumetti, pubblicità) piuttosto che attraverso la lettura. Come ho detto, non è facile fare delle distinzioni nette, in ambito letterario. Io divido i libri in due sole categorie: i libri che non mi piacciono e quelli che mi piacciono. E´ un criterio pratico, che suggerisco a tutti di usare. Detto questo, all’interno della fantascienza si trovano mediamente più libri che non mi piacciono (non voglio dire che siano necessariamente brutti: solo che non mi piacciono) che non nella letteratura "mainstream". Ma questo credo dipenda da fattori pratici: un tempo gli autori di SF erano così mal pagati che dovevano per forza anteporre la quantità alla qualità; i lettori poi erano effettivamente più giovani, meno colti. Inoltre alcuni grandi scrittori di SF puntavano più sulle idee che sulla scrittura. Comunque si è creata nel tempo una forma di pregiudizio nei confronti della letteratura fantastica. La situazione sta cambiando, e cambierà ancora, perché molti dotati scrittori "mainstream" trovano nuova linfa ispiratrice nella fantascienza. Penso a Jack Womack, uno scrittore che mi ha molto impressionato, a David Foster Wallace, o a Colson Whitehead, solo per fare qualche nome. Non è la vecchia "space opera", ovviamente, e non si trattano temi come la robotica o la conquista dello spazio, ma certamente non vedo nette linee di frattura con la cosiddetta "fantascienza sociologica" del passato.
Può sembrare che io stia cercando di eludere la tua domanda, ma il fatto è che trovo molto difficile dare una definizione di fantascienza. Una volta si usava la definizione di "narrativa d’anticipazione". Ma lo steampunk, ad esempio, non si può certo far rientrare in questa categoria. E neppure le storie che hanno a che fare con gli universi paralleli, o con i viaggi nel tempo.
Potrei dire, sperando di cavarmela a buon mercato, che la fantascienza è il regno del SE. O l’equivalente letterario di un volo in condizioni di gravità zero. O l’unica categoria narrativa in cui un marziano si senta a suo agio.


Quali sono gli autori e le opere fantascientifiche più importanti per la formazione del tuo immaginario di scrittore?
Come autori metto decisamente al primo posto Philip K. Dick. Al secondo Gene Wolfe. Terzo Norman Spinrad. Poi un folto gruppo di testa: John Brunner, Keith Roberts, Cordwainer Smith, Edgar Pangborn, Roger Zelazny, Philip J. Farmer, Greg Bear, Robert J. Sawyer, Michael Bishop, Christopher Hinz (l’autore della “Trilogia dei Paratwa”), Larry Niven, Poul Anderson, Terry Bisson. David Gemmell, per la fantasy. Ho amato molto anche alcuni libri di Harry Turtledove, un autore che però di opera in opera diventa sempre più illeggibile. Poi mi piacerebbe, un giorno, essere così ricco da poter ricavare un film da “Soldato non chiedere” di Gordon Dickson.





“L’elenco telefonico di Atlantide” è un’avventura molto particolare, perché fonde una serie di suggestioni in un'unica vicenda dalle molte sfaccettature. A tratti pare di trovarsi in una vicenda di Indiana Jones, in altri nei panni di Martin Mystere, in altri in un romanzo di Dick, in altri ancora in un film dei fratelli Wachowski. Ma una delle “tensioni motrici” del romanzo è la battaglia tra il Bene ed il Male (il ruolo della Covenant per Rovedo è a tratti quello della “Spectre” per James Bond). Ritieni quella tra Bene e Male una distinzione netta?
No, purtroppo. O dovrei dire per fortuna? Nella Wehrmacht di Hitler c’erano molte persone buone, così come in quello che Reagan definì “L’Impero del Male” c’erano (come ha felicemente intuito Mr. Sting...) molte persone che amavano i loro bambini. Nel mio libro è rispecchiata proprio questa ambivalenza, l’impossibilità di tracciare chiari confini morali. Alcuni personaggi apparentemente “cattivi” si rivelano “buoni”, i nemici diventano amici e viceversa. Al tempo stesso sono certo che il Male esiste. Non sono altrettanto sicuro che esista il Bene. Trovarlo – nella storia, così come nella vita, è così difficile. Per trovare il Male, invece, dovete solo leggere un libriccino edito da Giuntina, “La notte” di Elie Wiesel. E’ un libro autobiografico. Parla di un bambino ad Auschwitz. Dovrebbe essere adottato come lettura obbligatoria per i nostri figli. Così come li vacciniamo contro le malattie dovremmo vaccinarli anche contro l’odio e il razzismo, per dire solo due aspetti del Male. Credo che la lettura di quel libro li vaccinerebbe. Io l’ho letto tardi. Comunque uno dei motivi per cui non credo esista una lotta tra il Bene e il Male è che non ricordo nessuna vittoria del Bene, ultimamente. Il che vorrebbe dire che forse la guerra c’è stata ma è già finita. Non è una cosa che mi faccia molto piacere pensare. Comunque nel mio romanzo la descrizione della lotta tra il Bene e il Male e tutto l’altro “arredamento mitico-spirituale” vengono cortesemente forniti da un personaggio che alla fine si rivela un grande bugiardo. Trai tu le conseguenze...

Nel romanzo c’è un esplicito vacillare tra presente e passato (le vicende di ordinaria quotidianità sono continuamente intaccate da improbabili segni di divinità egizie che ritornano, o di inquietanti reminescenze di nazismo). In che modo il passato si proietta nel nostro presente?
Una delle paranoie di Philip Dick nel momento del suo declino fisico e psichico consisteva nel ritenere che il mondo in cui crediamo di vivere fosse solo un illusione. Noi in realtà vivremmo ancora ai tempi dell’Impero Romano; il cristianesimo sarebbe ancora perseguitato. La società tecnologica e tutto il resto non costituirebbe che un’illusione imposta dall’esterno. Ricorda qualcosa, vero? Comunque, a parte le visioni e le paranoie di Dick, il passato ci domina di fatto. Nei nostri geni, per esempio. Nel genoma dei miei antenati è codificato il momento in cui il mio cuore cesserà di battere. La città in cui vivo viene dal passato. La lingua che uso viene dal passato. Il passato proietta anche ombre più lunghe e sinistre. C’è un film geniale di Paul Verhoeven, “Starship Troopers”, in cui la Terra unita del futuro è permeata da un’estetica nazista. Affascinante. Terribile. Poi in questo momento sto leggendo un libro sulle guerre jugoslave dell’ultimo decennio. Sulle sue pagine mi sono reso conto di come la storia possa pesare sul destino di un popolo o di una nazione. E quindi degli individui che la compongono. Vecchi odii colpiscono e uccidono a distanza anche di molte generazioni.

Qual è la tua visione di futuro?
A volte temo che, come scrisse Jack London, il futuro sia “uno stivale che calpesta un volto umano, all’infinito”. La mia visione è, insomma, quella di Orwell. Nel nostro mondo l’autorità viene sempre più spesso sostituita dal Dominio. Parole come “democrazia”, “governo del popolo” e tutta l’altra attrezzatura lessicale delle democrazie parlamentari vecchio stile sono ormai delle attrezzature sceniche in disuso. Siamo governati da quelle che chiamo oligarchie frattali: oligarchie governative centrali, oligarchie regionali, locali, condominiali: dal grande al piccolo sono tutte incarnazioni dello stesso modello di governo. Sono strutture profondamente antidemocratiche, al di là delle apparenze formali. Strutture che sfruttano a loro favore il disordine delle società moderne, che lucrano sull’incertezza e sul disinteresse della gente per il sociale. Che usano la paura di cui sono in gran parte responsabili – se non gli stessi artefici – per imporre restrizioni alla libertà dell’individuo. Il Caos è funzionale al loro Ordine. E’ un modello transnazionale, valido in Italia come negli USA come nella nuova Russia. O in Cina. E’ un Nuovo Ordine Mondiale strisciante.

Come ti poni di fronte alla Storia?
In una posizione di grande soggezione e timore. Provo un grande rispetto per chi ci ha preceduto, anche perché sono certo che qualsiasi cazzata o orrore sia stato perpetrato in passato noi saremo in grado di fare di peggio, ora o in futuro. La storia per me è anche una grande fonte di ispirazione per la lettura del presente. Ad esempio quando qualche settimana fa si era aperto un dibattito sulla neutralità io sono andato a rileggermi Tucidide - il confronto fra i Meli e gli Ateniesi - e “Le Troiane” di Euripide. Studiare il passato può aiutare a capire il futuro, così come leggere un libro di medicina può aiutare un malato terminale a capire di cosa sta morendo. Comunque non lo farà guarire.

Nel romanzo Rovedo si trova immerso in una serie di fatti che non riesce a controllare e la cui lettura viene ribaltata più volte nel finale. L’impressione è quella del “complotto cosmico”. Cosa ci puoi dire in merito?
Ah, ma il complotto cosmico esiste davvero! Pensa solo al fatto che respiriamo una miscela di gas corrosivi. L’ossigeno è un potente ossidante, no? Un riducente, non so come si dica esattamente, ero un disastro in chimica. Comunque ci siamo sviluppati respirando una miscela corrosiva. Viviamo su uno strato sottile di terra sopra un nucleo incandescente. Poi pensa a come siamo fatti, noi umani. Siamo una forma di vita destinata sin dall’origine al fallimento. Pensa a quando eravamo scimmie indifese, senza artigli né altri strumenti di difesa, degli stuzzichini per ogni carnivoro desideroso di cibo senza troppa fatica. Forse è proprio questo il segreto del nostro successo. Il fatto di aver dovuto camminare sempre in salita. Ma ti sembra che sia stato un affare? Okay, poi ci siamo presi le nostre soddisfazioni: abbiamo praticamente sterminato tutti i grandi predatori, e anche delle bestie che non davano nessun fastidio. Abbiamo distrutto l’ambiente, punendolo per la sua ostilità passata. Un bel caso di successo. Comunque, a parte gli scherzi, a volte sono certo che sì, che c’è un complotto cosmico in atto.

Per la teoria del complotto nel romanzo, hai avuto qualche fonte di ispirazione particolare?
Essenzialmente le dottrine gnostiche. Se uno non può proprio fare a meno della religione, l’idea di un universo imperfetto perché creato da una divinità di rango inferiore ha il suo fascino.

Hai pronti nel cassetto altri due romanzi, ci puoi accennare qualcosa?
Sui due romanzi non posso dire altro se non che saranno due storie molto tese, avvincenti, che faranno ridere e piangere. Chi ha amato “Atlantide” amerà decisamente anche “Mare di Bering” e “Lo stato dell’unione”, due libri che potranno però incontrare il gusto anche di altri lettori, non interessati alla fantascienza o all’esoterico. Non ci sarà Giulio Rovedo, ma un paio di protagonisti che mi stanno altrettanto a cuore, e che spero anche il pubblico amerà.

Come vedi “Tullio Avoledo scrittore”? In altre parole, quali sono le tue ambizioni letterarie?
Quanto a “Tullio Avoledo scrittore”, un’entità del genere semplicemente non esiste. Diciamo che Tullio Avoledo ha scritto dei romanzi. Non mi sento Autore con la A maiuscola, e non mi interessa diventarlo. Del resto il tempo che dedico alla scrittura è una minima parte della mia vita. Per ora. Per finire, le mie ambizioni letterarie sono di riuscire a pubblicare tutto quello che mi divertirò a scrivere, e di smettere di scrivere quando non mi divertirò più a farlo.

Quanto divertimento e quanta ricerca letteraria ci sono ne “L’elenco”? E nei prossimi romanzi?
Ricerca letteraria: zero. Documentazione: quanto basta. Divertimento tanto. Idem per i prossimi romanzi.

Il finale ribalta completamente la chiave di lettura dell’intero romanzo. Cos’è per te la realtà?
Una pura convenzione. Un modo di vedere le cose. Un concetto che usiamo per non impazzire. Qualcosa che col tempo diventa indistinguibile da un sogno.

In una frase: come definiresti “L’elenco telefonico di Atlantide”?
Un film fatto con le parole.

Tullio, ti ringraziamo molto per la tua disponibilità e ci auguriamo di reincontrarci presto… 



 

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sabato, 19 febbraio 2005
Il regalo di Natale più bello
che uno scrittore esordiente possa desiderare
di Tullio Avoledo
 
 
 
Di questi tempi, se qualcuno mi chiede perché qualche anno fa mi sono messo in mente di scrivere ai miei autori preferiti, collezionando oltre un centinaio di risposte, di solito rispondo “per rendermi ridicolo nelle interviste”. Ma non è vero. Il mio scopo era un altro.
Ho scritto la mia prima lettera nel 1989. L’ho scritta a Kurt Vonnegut, che era e rimane in assoluto il mio scrittore preferito. Scrissi quella lettera in inglese, una lingua che allora non conoscevo. La scrissi con grande fatica, parola per parola, cercando di fissare sulla carta quella che di fatto era una lunga dichiarazione d’amore nei confronti dello scrittore americano in cui vedevo l’erede del grande Mark Twain. Ci misi parecchi giorni, facendomi anche aiutare da un’amica. Nel frattempo trovai l’indirizzo della casa editrice di Vonnegut in un tascabile.
Finii di battere la lettera e l’indirizzo sulla mia Olivetti Lettera 32, chiusi la busta e ci incollai sopra il brutto francobollo della serie “Siracusana” che le avrebbe permesso di attraversare l’Oceano Atlantico e raggiungere New York. La busta era leggerissima, come la carta del resto, sottile come una velina e con il disegno di un aereo e le parole air mail - par avion. Adesso non si usa più. Se devo scrivere a qualcuno in America uso una busta normale.
Spedii la lettera. Un paio di settimane dopo arrivò a casa mia una busta di posta aerea con sopra il mio indirizzo, ma scritto nel modo più incasinato che avessi mai visto: lettere maiuscole alte un centimetro, cancellature con un pennarello, tagli. Aprii la busta - strappandola, per la fretta - e dentro trovai un foglio di carta che mi fece battere il cuore. Vonnegut mi aveva risposto. Non solo: aveva disegnato una sua caricatura, con l’immancabile sigaretta in bocca. Credo di aver consumato la trama della carta, a furia di guardare quel foglio.
A distanza di tanti anni ricordo ancora una frase, di quella lettera, un’osservazione sul fatto che viviamo in tempi terribili, “con la Natura pronta a punirci, invece di Dio. “Why is it so funny?” – concludeva Vonnegut. In altre parole, come si può scrivere in tono umoristico – anche se con humour nero – in tempi come i nostri? Ho ripensato spesso a quella frase, ultimamente. Del resto, quando uno tsunami in Estremo Oriente ammazza più svedesi di tutte le guerre del ventesimo secolo messe insieme, beh, dobbiamo proprio dire che Dio, o la Natura, hanno un bizzarro senso dell’umorismo.
Vonnegut ha lasciato di certo una grossa traccia, nella mia scrittura. Come Saul Bellow, il Grande Vecchio della letteratura americana, che in risposta alla mia osservazione sul “segno profondo che i Suoi romanzi hanno scavato nel mio cuore” rispose “spero di non aver causato danni permanenti”.
Dopo quella prima lettera a Vonnegut, per quasi dieci anni non scrissi più. Avevo altro a cui pensare. Stavo aprendomi a forza di testate la strada nel mondo del lavoro. Era più o meno come nuotare controcorrente in un mare di melassa.
Scrissi la mia seconda lettera a uno scrittore nel 1998. Lo scrittore era John Updike. Era appena uscito in Italia Nello splendore dei gigli, un suo romanzo ingiustamente sottovalutato che avevo scoperto grazie a una bella recensione scritta da Antonio D’Orrico.
Stavolta avevo un sacco di parole per John Updike. In quei nove anni il mio inglese da autodidatta era migliorato fino a permettermi di leggere correntemente in originale i miei autori preferiti. Trovare l’indirizzo di Updike era purtroppo un altro paio di maniche. Due tentativi tramite la sua casa editrice americana non avevano prodotto alcun effetto. Ma in un’intervista apparsa su un settimanale americano lessi che Updike viveva in un piccolo villaggio del Massachussetts. Allora feci un semplice ragionamento: in un paesino così piccolo, un autore dovrà per forza servirsi qualche volta della biblioteca pubblica. Così scrissi alla bibliotecaria (chissà perché pensai a una bibliotecaria di sesso femminile: ipotesi che poi si confermò esatta) chiedendole di consegnare la mia lettera a Mr. Updike, se si fosse presentato da lei. Mi andò alla grande.
Da allora Updike e io siamo rimasti in contatto, anche se cerco di non importunarlo troppo spesso. A settant'anni suonati ha l’energia e la curiosità di un ragazzino. Non so cosa l’abbia spinto a rispondere alla lettera di un fan italiano. Forse la mia osservazione sul fatto che la struttura del suo romanzo mi sembrava modellata sulla Bibbia. Mi confermò che era così. Vidi giusto anche sulle fonti di un altro suo romanzo, Verso la fine del tempo, che uscì l’anno dopo. Quando gli inviai una copia de L’elenco telefonico di Atlantide disse che nei confronti del libro si sentiva “come un cane che tende l’orecchio sentendo la voce del suo padrone, ma non riesce a capire cosa sta dicendo. Così ho tirato giù dalla soffitta i dischi di un vecchio corso di italiano. Fra qualche tempo, chissà...”.
Sinora non ho ritenuto di forzare la mano chiedendogli a che punto siano i suoi progressi. Da Updike mi attendo che continui a scrivere, non che legga i miei libri.
Mi colpisce sempre, la cortesia che alcuni grandi scrittori riservano a uno sconosciuto. Sarebbero più che legittimati a ignorare l’importuno, invece spesso sono di una disponibilità imbarazzante. Ken Follett, Wilbur Smith e John le Carré – autori di best seller, e quindi apparentemente inavvicinabili – si sono rivelati corrispondenti affabili e premurosi.
Così nel corso degli anni ho potuto chiedere consigli di lettura a David Foster Wallace (scoprendo fra l’altro che abbiamo in comune la passione per lo scrittore di fantascienza Larry Niven), e ottenere preziose informazioni, che poi sono confluite nei miei romanzi, da due altri notevoli scrittori di fantascienza: Joe Haldeman, che fra l’altro mi ha messo sulle tracce di una commovente poesia scritta da un soldato morto in Vietnam che cercavo da anni (e che viene citata in uno degli ultimi capitoli de Lo stato dell’unione) e Michael Bishop, che ha avuto il privilegio di conoscere Philip K. Dick.
Arthur C. Clarke, l’autore di 2001: odissea nello spazio, mi aiutò invece a trovare lo spunto iniziale del mio primo romanzo, scrivendomi di “un amico ingegnere della British Telecom secondo il quale fra 25-30 anni sarà possibile duplicare la mente umana su un supporto artificiale”. Il progetto “Soul Catcher 2025” di cui parlo ne L’elenco telefonico di Atlantide nasce da quella risposta.
Sir Clarke (eravamo nel 1998) temeva che non sarebbe riuscito a vivere fino al fatidico 2001 da lui anticipato. Sono lieto che le sue profezie, in questo caso, non si siano avverate. Sono morti invece Joseph Heller (autore dell’indimen­ticabile Comma 22), Mordecai Richler e Robert Ludlum. Degli ultimi due serbo un ricordo speciale. Richler mi scrisse una breve e toccante lettera da Londra, dov’era ricoverato in ospedale, un mese prima di morire. Quanto a Ludlum, mi chiese notizie del Friuli, la mia regione, della quale gli avevo fatto cenno in una lettera precedente. Così non rimasi troppo colpito quando nel suo nuovo libro, uscito l’anno dopo, fecero la loro comparsa due killer che parlavano friulano...
Non so se sarei mai diventato uno scrittore, senza la mia corrispondenza con altri autori. In qualche modo incomprensibile ogni loro lettera, ogni loro parola di incoraggiamento, mi rafforzava, mi dava coraggio. A ogni contatto sentivo di acquisire quello che certi popoli primitivi chiamano mana: un’energia mistica. Così ho attinto al mana di J.M. Coetzee, John Irving, E.L. Doctorow, Martin Amis, Hanif Kureishi, James Ballard, Seamus Heaney, Norman Mailer, Gore Vidal...
Come direbbe Vonnegut, “Enough! Enough!”. Basta così.
Questione di mana, insomma. Una spiegazione buona come un’altra. Mania, più probabilmente... Di certo il collezionismo non c’entrava niente. Al tempo stesso ero stimolato dalla caccia richiesta da quell’attività. Trovare certi indirizzi è stata un’autentica impresa. E per quanti sforzi abbia fatto in questi anni non sono ancora riuscito a superare la barriera posta fra me e Stephen King dalla sua segretaria e dalla moglie Tabitha. Un autentico muro di gomma, uno scudo di Amazzoni guardiane. Così come non c’è stato modo di farmi rispondere da Philip Roth e Ian McEwan. Potrei farcela tramite l’Einaudi, immagino, ma che gusto ci sarebbe? Vuoi mettere l’emozione di quando riuscii a “beccare” l’autore più elusivo di tutti, Chuck Palahniuk? Niente da fare tramite i suoi editori, nessun indirizzo su internet. Non riuscii a contattarlo nemmeno tramite i giornali con cui collaborava, né inviando lettere fermo posta presso le librerie americane dove sapevo che doveva presentare il suo nuovo romanzo. Ormai disperavo, dopo otto mesi di tentativi inutili. Poi ebbi un’idea. Sapevo che Chuck faceva, o comunque aveva fatto parte, di una bizzarra congrega di matti chiamata Cacophony Society: gente che faceva cose tipo picnic di massa davanti a una centrale nucleare o riunioni di centinaia di Babbi Natale ubriachi (per dire solo le attività più presentabili...). Trovai su internet l’indirizzo della “loggia” della Cacophony Society di Portland, dove Pahlaniuk vive. Scrissi al suo presidente, che mi disse: “Chuck è ormai ricco e famoso, non viene più da noi; adesso vive nei quartieri alti”. Mi chiese se volevo fondare una loggia italiana della società (declinai, ma se qualcuno dei lettori è interessato posso dargli l’indirizzo) e poi mi disse in che zona della città secondo lui Palahniuk viveva. Dopo fu solo questione di tempo e di un giro di e-mail. Contattai un tipo che viveva in zona, che a sua volta conosceva uno che conosceva un altro che abitava vicino allo scrittore, e che dopo qualche ritrosia accettò di lasciare una mia lettera nella sua cassetta postale.
Se non avessi insistito, se non fossi stato così tenace, non avrei ricevuto il regalo di Natale più bello che uno scrittore esordiente possa desiderare; una risposta di uno dei suoi autori preferiti. Nella mia lettera avevo scritto a Chuck della pubblicazione del mio primo romanzo. Pochi giorni dopo il Natale del 2002 mi arrivò una scatola che conteneva una prima edizione, con dedica, di Fight Club (copia che poi un intenditore mi disse essere “rara come i diamanti”) e una serie di pacchettini regalo con dentro oggetti che in un modo o nell’altro richiamavano i libri di Chuck: saponette della marca nominata in Fight Club, spilline in finto argento come quelle di Diary, tatuaggi temporanei e bustine di semi, denti da vampiro in gomma e un sacco di altre cose...
Fra le pagine del libro trovai una lettera. Mi diceva che non era il primo pacchetto che provava a spedirmi, ma che le poste li avevano sempre respinti al mittente. “Chuck”, gli risposi, “se erano come quello che mi è arrivato, la cosa non mi stupisce”.
La lettera diceva anche come era lieto che fossi riuscito a pubblicare il mio romanzo, e che avrebbe voluto “poter imbottigliare la gioia che devi provare in questo momento, perché così tu possa assaporarla più a lungo, nei giorni che verranno”.
Non ho potuto imbottigliare le grandi o piccole gioie che la mia corrispondenza (o la mia mania, come potrebbe definirla qualcuno meno benevolo...) mi ha procurato nel corso del tempo.  Non ne ho avuto bisogno. Ogni volta che riapro una di quelle buste, ogni volta che prendo in mano uno di quei fogli, posso scaldarmi al fuoco dell’amicizia, della generosità. Alla fiamma inestinguibile di una passione condivisa.
Provateci anche voi.
Se avete bisogno di consigli sono qui.
 
 
 
[Questo articolo di Tullio Avoledo è uscito nel quotidiano Il giornale del 17.02.05]

 

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lunedì, 07 febbraio 2005

Per Claude Shannon (1916-2001), il surrealista

L'azione si svolge in tre atti: cibernetica, principio di autorganizzazione, leggi del caos. Il cast include protagonisti famosi e altri che dovrebbero esserlo, variamente impegnati con la ricerca matematica, gli affari e i casinò, pur di falsificare popperianamente la seconda legge della termodinamica e quella di Stéphane Mallarmé: Jamais un coup de dés n'abolira le hasard.

Se ci fosse stato un mercato azionario per le teorie scientifiche, per un certo periodo avremmo puntato volentieri i nostri (virtuali) fondi pensionistici sui produttori di complessità: erano “bullish”, come dicono in inglese. Fra i più combattivi, c’era il fisico Murray Gell-Mann, detto MGM per l’arroganza hollywoodiana, con il suo Istituto di Santa Fe per lo Studio della Complessità in un delizioso ex convento in adobe su una collina nell’aria sana del New Mexico. C’era il chimico Ilya Prigogine che si occupava di strutture dissipative ma voleva dissiparle sebbene radicarle, e anche meglio se in un centro studi altrettanto accogliente di quello fondato dal rivale MGM. E parecchi torelli aggressivi come giovani Miura. Una sana concorrenza: la pensione era assicurata. C’erano metafore e innovazioni gergali fatte apposta per sedurre la giornalista, e i “giochi linguistici” à la Wittgenstein di cui parla Hilary Putnam in questo numero di “Kéiron”. Da un punto di vista terra terra, accadeva alla complessità degli anni Novanta quello che era accaduto alla relatività di Einstein negli anni Trenta: la parola circolava in ogni contesto a significare che tutto era complicato. Gli studiosi miravano molto in alto, come spiega Pietro Greco in Evoluzioni: dal Big Bang a Wall Street, la sintesi impossibile (Napoli, Cuen, 1999), miravano a una teoria del tutto, a un modello di predizione valido per qualunque cosa: dal succedersi delle specie all’andamento del Dow Jones. Meno critiche di Greco, eravamo felici che un contendente si presentasse a sfidare il riduzionismo, imperante dalle stelle ai mitocondri da quando era stata identificata la doppia elica del Dna.

A essere sincere, la complessità aveva già fatto capolino nel dopoguerra sotto il nome di cibernetica. I nomi e le opere dei padri, i matematici John von Neumann e Norbert Wiener, sono noti, ma ce n’era un terzo, Claude Shannon l’ingegnere. Nel 1936, aveva pubblicato A Symbolic Analysis of Relay and Swit-ching Circuits, “una delle tesi di laurea più importanti che sia mai stata scritta”, stando allo storico della scienza H. H. Goldstine, “una pietra miliare che ha fatto passare la progettazione dei circuiti integrati da un’arte a una scienza” (nota per i lettori di cultura umanistica: Goldstine intende questa affermazione come un complimento). Su quella pietra, la tecnologia costruisce tuttora chip, satelliti o telefonini, e la matematica costruisce tuttora il calcolo quantistico o la crittografia.

Nella tesi di dottorato del 1941, Shannon aveva poi proposto una teoria matematica della genetica che nessuno capì. Quando venne pubblicata nel 1993, quelli che con fatica ne avevano elaborato intanto pezzi e bocconi per affrontare la bioinformatizzazione della genomica, della proteomica o della glicomica, ci ritrovarono le proprie idee ma in bell’ordine. Diversamente da Von Neumann e Wiener, Shannon era anche un inventore. All’epoca in cui nasceva il computer ENIAC - per Electronical Numerical Integrator And Calculator, integratore e calcolatore numerico elettronico -, lui dimostrava giulivo agli amici il funzionamento del THROBAC. L’acronimo stava per THrifty ROman numeral BAckward-looking Computer, e infatti l’oggetto era una calcolatore al risparmio, a base di numeri romani, capace di fare le quattro operazioni. Giocava anche sul senso della parola inglese throwback: passo indietro, regressione. Su Nature del 12 aprile scorso, Robert Calderbank e Neil Sloane scrivono che Shannon era un patito del bricolage surreale: “Il suo studio di Winchester, nel Massachusetts, era zeppo di congegni analoghi [al THROBAC], compreso un topolino meccanico che trovava da solo la strada per uscire dai labirinti e una miracolosa macchina-giocoliere. Da una catena rotante al soffitto, come quelle usate per la pulitura a secco, svolazzavano le toghe ottenute insieme a una ventina di dottorati honoris causa. Erano uno spettacolo”. Negli anni Cinquanta, Shannon univa fisica e informatica nel tentativo di dare un nuovo senso alla parola entropia: l’aveva mutuata dalla meccanica statistica ottocentesca, per designare la quantità di informazione contenuta in una fonte di bit.

Does the flap of a butterfly’s wings in Brazil set off a tornado in Texas?

L’entropia è la protagonista del secondo atto della complessità. Sono gli anni Sessanta. La cibernetica in voga sta per essere soppiantata dalla termodinamica del non equilibrio di Lars Orsanger (Nobel 1968), al quale Ilya Prigogine (Nobel 1977) aggiunse le strutture dissipative di cui sopra. I due avevano la pretesa di invalidare la seconda legge della termodinamica per la quale l’entropia, o stato di disordine di un sistema - ripiano della scrivania o universo fa lo stesso - tende ad aumentare: volevano completarla e contraddirla con il principio di autorganizzazione. Il quale viene falsificato ogni giorno dal ripiano della scrivania (per l’universo non sapremmo, ma se tanto ci dà tanto…), eppure “contribuì alla creazione di un clima culturale culminato, verso la metà degli anni Ottanta, nell’esplicita ricerca del secondo principio della complessità”, scrive Pietro Greco. Stava per sorgere il sol dell’avvenire: la teoria del caos.

Ad annunciare l’alba fu il volo di una farfalla. Anche questa proveniva dall’Ottocento, discendeva dalle equazioni differenziali a derivate parziali di Sonja Kovalevskaja, poi affinate da Andrej Kolmogorov in un capolavoro del 1933, Fonda-menti della teoria della pro-babilità. I fondamenti in questione dovevano molto anche ai lavori di Henri Poincaré a cavallo del Novecento, poi tornati d’attualità scientifica dal 1968, grazie all’interesse del fisico Jean-Marc Lévy-Leblond (cf. in Aux Contraires, Parigi, Gallimard, 1996, il capitolo “Déterminaté/Aléatoire”). La farfalla comparve nel titolo dell’intervento di Edward Lorenz a un convegno dell’American Association for the Advance-ment of Science tenutosi a Austin, Texas, nel 1972. Meteorologo per conto dell’aeronautica militare durante la seconda guerra mondiale, Lorenz aveva chiaro almeno quanto i suoi superiori che le sue previsioni settimanali diventavano sempre meno azzeccate con il passare dei giorni. Tornato alla vita civile, si accorse che bastavano minuscoli cambiamenti nelle condizioni iniziali trascritte nelle sue equazioni, perché il bel tempo stabile si trasformasse in burrasca. Perfino sistemi più semplici del clima, più controllati e deterministici del ripiano di una scrivania, per esempio una tazzina di caffè o una ruota idraulica, tendevano presto a comportarsi in maniera imprevedibile, o caotica. Ma nel caso della ruota o della tazzina, era possibile prevedere in quale punto dello spazio e del tempo l’acqua o il caffè si sarebbero imbizzarriti: bastava sviluppare i moti iniziali su una curva tridimensionale, l’“attrattore di Lorenz”. Ad Austin, Lorenz era andato a mostrare alcune applicazioni del suo attrattore, e a Philip Merilees, l’organizzatore del convegno, aveva spedito in anticipo il sunto del proprio intervento con un titolo in cui batteva le ali un gabbiano. Però la figura disegnata dall’attrattore somigliava a una farfalla e, per coerenza, sul programma Merilees fece stampare: “Predictability: Does the flap of a butterfly’s wings in Brazil set off a tornado in Texas?”. Per quindici anni il lepidottero non si avventurò fuori dal campo scientifico. Ma dopo la sua divulgazione in Caos di James Gleick (1987; Milano, Rizzoli, 1989) invase ogni tipo di mass media, da Jurassic Park a Scientific American, combinando tempeste, cicloni e uragani in tutto il mondo. Per gli interessati, in La vasca di Archimede (Milano, Raffaello Cortina, 1998), Sven Ortoli e Nicolas Witkowski hanno compilato una tabella che incolonna “Habitat della farfalla” e “Sito della catastrofe” accanto a una cinquantina di fonti inglesi, americane e francesi.

La “Cricca del Caos” sbanca Las Vegas

Cambio di scena. All’inizio degli anni Settanta, Doyne Farmer e Norman Packard sono studenti squattrinati dell’Università della California a Santa Cruz. Da bambini a Silver City, nel Colorado, appartenevano a uno stesso gruppo di boyscout dedicato alla scienza, e passavano i weekend a sviscerare vecchie radio. Da ragazzi, il loro mito è Shannon, il quale aveva costruito insieme al matematico Edward Thorp un piccolo calcolatore analogico corredato di radiotrasmittente non più grande di un pacchetto di sigarette con il quale sconfiggere l’azzardo nei giochi d’azzardo. Purtroppo i circuiti erano inaffidabili e l’apparecchio acustico usato per la radiotrasmittente emetteva fischi troppo indiscreti. Farmer e Packard ci provano di nuovo con Jim Crutchfield, fidando nei recenti progressi delle tecnologie digitali. I tre, detti la “Cricca del Caos”, comprano una roulette, filmano migliaia di lanci della pallina scomponendone il percorso con luci stroboscopiche e celle fotoelettriche. Analizzano i dati con il computer dell’università e scoprono che partendo da una descrizione accurata del moto iniziale della pallina, è possibile prevedere con una probabilità assai superiore al cinquanta per cento in quale ottante della roulette andrà a finire.

Inventano i necessari algoritmi e li usano per programmare minicomputer che Farmer e Packard si sistemano nelle scarpe. Un pulsante azionato dall’alluce invia segnali captati da solenoidi nelle suole di quello che sta seduto al banco della roulette. I solenoidi vibrano con combinazioni di tre frequenze diverse - bassa, media, alta - in base all’ottante sul quale puntare. Ci vogliono mesi per risolvere i problemi di software e anche per trovare il modo di schermare le scarpe, perché il campo elettromagnetico dovuto alle luminarie di Las Vegas interferisce con la ricezione dei segnali. Alla fine funziona. Così bene che una sera, alcune guardie li aspettano all’uscita e danno loro una dimostrazione “dell’effetto maschio nerboruto” come lo definì poi Crutchfield. Nonostante avessero deciso di non strafare, la fortuna di Farmer e Packard aveva insospettito gli statistici che lavoravano per i casinò. Un’ordinanza del Comune vietò l’uso dei computer in tutte le sale da gioco di Las Vegas.

La notizia di quel successo fece il giro dei campus della California, e lo studio del caos deterministico decollò, con annessi simposi e atti. Murray Gell-Mann, che non aveva mai scritto altro che formule, scrisse Il quark e il giaguaro (Torino, Bollati Boringhieri, 1996) per erudire il vulgum pecus sulla “rivoluzione concettuale del secolo”, con molti quark e nemmeno un giaguaro in quasi 600 pagine. Gli costò “una fatica immane, gli anni peggiori della mia vita” al punto che, per non ripetere l’esperienza, rinunciò a scrivere l’autobiografia per la quale l’agente letterario John Brockman gli aveva promesso un anticipo di un milione di dollari.

Ma il ripiano della scrivania continua a riflettere la seconda legge

I saggi spuntavano come funghi ma le leggi universali della complessità non parevano dare gran esiti. Non che si pretendessero applicazioni immediate, ma alla domanda di Lorenz “Does the flap of a butterfly’s wings in Brazil set off a tornado in Texas?”, la risposta restava sempre “forse”. Le configurazioni regolari che teoricamente sottostavano a tutti i fenomeni naturali tardavano ad apparire e il ripiano della scrivania continuava imperterrito a riflettere la seconda legge.

Il medico, biologo, matematico, informatico e businessman Stuart Kauffman era riuscito a fare evolvere nel computer automi retti da funzioni booleane ma “intelligenti” più o meno come amebe. Con poche eccezioni, la complessità è troppo dipendente dall’informatica per dare risultati in biologia, sostiene il genetista Richard Lewontin nel finale dell’edizione americana di Geni, organismo e ambiente (Cambridge, Mass., Harvard University Press, 2001; ed. italiana Laterza-Sigma-Tau, 1999). E in cosmologia, non rende ancora conto della struttura dell’universo, sostiene l’astronomo inglese Martin Rees in Cosmos, Our Habitat (in pubblicazione da Princeton University Press). Semplicemente, dicono entrambi, l’organismo e l’universo sono troppo complicati perché i modelli di Santa Fe aiutino a delinearne passato, presente e futuro. Martin Rees, persona spiritosa, ha scelto un titolo che fa il verso a quello del libro di Stuart Kauffman, A casa nell’universo (Roma, Editori Riuniti, 2001). Richard Lewontin, altrettanto spiritoso, raccomanda agli amici che vogliono conoscere le ultime teorie sullo sviluppo degli organismi di leggere Crescita e forma di D’Arcy Wentworth Thompson, la cui prima edizione risale al 1917, e quella aggiornata al 1942 (appena ristampata da Bollati Boringhieri).

Il Caos imprenditoriale

Le leggi del caos e della complessità di cui Kauffman scrive con tanta eloquenza gli serviranno almeno nella sua attività di imprenditore? Kauffman ha infatti fondato e dirige BiosGroup, una società di consulenza. Mentre era di passaggio a Milano in marzo, ci spiegava che BiosGroup aveva aiutato la Procter & Gamble a rendere “più fluida, snella ed efficace” la distribuzione dei suoi prodotti, riorganizzando i magazzini centrali, la maniera di caricare i camion e di rifornire grossisti e dettaglianti. Così abbiamo saputo che la Procter & Gamble opera oggi con un modello basato sui flussi laminari: la distribuzione dovrebbe scorrere come un fiume tranquillo, senza gli intralci di gorghi e ingorghi. Siamo state costrette a dedurne che la multinazionale risparmia sugli spostamenti di shampoo, saponette e dentifrici grazie all’idrodinamica delle turbolenze, il cui studio non risale esattamente a Leonardo da Vinci ma quasi.

In coincidenza con il libro e la visita in Italia di Kauffman, è uscito Sbancare Wall Street di Thomas Bass (Milano, Feltrinelli, 2001), l’autore che aveva narrato le avventure della “Cricca del Caos” a Las Vegas nel romanzo The Eudaemonic Pie. Nel secondo volume della saga, Farmer e Packard fondano con un po’ di amici la Prediction Com-pany di Santa Fe, e fanno “fortuna in Borsa applicando la teoria del caos”. Siamo grate a Bass di averci chiarito lo scopo degli scienziati della complessità. Era già quello di Fermat, di almeno due dei Bernoulli, del marchese di Laplace, di Ada Byron contessa Lovelace, Henri Poincaré, Claude Shannon e Henry Thorp: vincere al gioco, non per diventare ricchi ma per sconfiggere il caso. Se no, invece di lavorare giorno e notte per anni con attrattori strani, numeri di Zipff, algoritmi genetici e altre diavolerie matematiche, Farmer e Packard avrebbero fatto La grande rapina al treno.

La mente brillante ormai ottenebrata dall’Alzheimer, Claude Shannon è morto povero, il 24 febbraio scorso, a 84 anni.

 
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