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Arrivederci e grazie!

categoria:cinema, letteratura, vineland, attrattori strani
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PAUL THOMAS ANDERSON
Enfant prodige: questi sono i due termini forse più utilizzati per descrivere Paul Thomas Anderson, e non si può certo dare torto a chi lo ha chiamato così. Infatti, il regista californiano, all’età di 33 anni (è nato l’1 gennaio del 1970 a Studio City) ha all’attivo diversi film e molti premi.
Questo suo inizio precoce e la sua escalation in pochi anni si devono anche al fatto che Anderson abbia sempre avuto le idee molto chiare sul suo futuro: già intorno ai sette anni aveva deciso che da grande avrebbe fatto il regista. Suo padre, tra l’altro, aveva lavorato nell’ambiente, facendo il doppiatore (pensate, addirittura in Love Boat!) e creando il personaggio di Ghoulardi (nome che poi Paul darà alla sua compagnia di produzione), un presentatore in costume che introduceva i film dell’orrore su una stazione televisiva locale di Cleveland. Anderson sostiene che suo padre non ebbe mai grande successo perché era un pessimo attore, e non si può escludere che egli sia stato spinto, almeno in parte, ad intraprendere una carriera nel campo cinematografico dalle ambizioni fallite del padre.
Non si può dire che Anderson fosse un bravo studente e, infatti, dovette lasciare la scuola per i suoi continui litigi con i compagni e i brutti voti. In seguito provò a frequentare alcune università e scuole di cinema, ma senza mai concluderle.
Per alcuni anni lavorò anche per la televisione, come assistente di produzione in vari film, video e quiz.
La svolta nella sua carriera avvenne nel 1993, quando, dopo aver scritto e diretto il suo primo cortometraggio, “Cigarettes & Coffee”, lo presentò al Sundance Film Festival. In seguito, al Sundance Institute Filmmaker’s Workshop, una specie di laboratorio, fu in grado di realizzare il suo primo lungometraggio, “Hard Eight” (inizialmente intitolato “Sidney”), basato su una sceneggiatura che aveva scritto intorno ad un attore: Philip Baker Hall. Quest’ultimo aveva partecipato anche al suo cortometraggio e il film nasceva essenzialmente dal desiderio di conoscere meglio quest’uomo. Al laboratorio, oltre che con lui, ebbe anche la possibilità di lavorare con altri attori che sarebbero stati nel film, tra cui John C. Reilly, che ritroveremo anche in altri suoi lavori. Infatti, una delle caratteristiche principali di P. T. Anderson è quella di lavorare quasi sempre con gli stessi attori, oltre ad ambientare tutti i suoi film nella San Fernando Valley, perché, come sostiene lui stesso, lì si sente a casa, può trovare tutte le locations necessarie, ma soprattutto perché, dopo una giornata di lavoro, gli piace dormire nel suo letto!
Durante quest’esperienza, le cose più importanti che imparò furono quasi tutte sul come muoversi nell’industria cinematografica e sul come proteggere il suo lavoro dalle case di produzione e di distribuzione.
Nel 1997 fu la volta di “Boogie Nights”, storia di una specie di “famiglia allargata” nell’industria della pornografia e sull’importante passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, dalla permissività all’intolleranza. La storia era nata con il nome di “The Dirk Diggler’s Story”, dal nome del protagonista, un ragazzo che non combina niente nella vita, fino a quando non scopre di avere una “vocazione” e diventa una porno star di successo, tanto da montarsi la testa e cadere in rovina. Ma qui ad essere narrata non è solo la crisi del singolo, bensì quella di un’intera industria, quella del cinema per adulti, dovuta al passaggio dalla pellicola all’home video. L’atmosfera da grande famiglia e le grandi feste in piscina della prima parte, ricordano ciò che creava Robert Altman con gli attori durante la lavorazione dei suoi film e che P. T. Anderson conosceva bene (ma ne parleremo più avanti). Anche qui ritroviamo molti dei soliti attori, con l’aggiunta della straordinaria Julianne Moore, nel ruolo della porno star tossicodipendente dalla vocazione materna (che tenta di rifarsi con tutti della mancanza del suo unico vero figlio, che le è stato tolto).
Nel 1999 Anderson realizzò quello che, a tutt’oggi, è considerato il suo capolavoro: “Magnolia”. Navigazione lunga un giorno all’interno delle vite di numerosi personaggi (sempre interpretati grossomodo dagli stessi attori, con l’aggiunta di Tom Cruise, che lavora quasi gratis); vite che molto spesso si intrecciano e si influenzano l’un l’altra. C’è il misogino, il presentatore in fin di vita, il poliziotto zelante, l’amante in crisi per aver ingannato il suo uomo, la giovane cocainomane che non riesce a mettere ordine nella sua vita, l’ex bambino prodigio di un quiz televisivo e quello attuale, …. La maggior parte di questi personaggi ha qualche scheletro nell’armadio oppure qualcosa in sospeso, da sistemare. L’unico personaggio adulto che in un’umanità stravolta, come quella creata da Anderson, prova almeno ad aiutare gli altri e a farsi carico del loro dolore, il poliziotto, è anche l’unico che alla fine riceve una specie di premio: tra le rane che piovono alla fine, piaga divina per l’umanità, cade dal cielo anche la pistola di ordinanza che aveva perso. Anche qui il regista riprende il tema del rapporto genitori-figli, con particolare attenzione alla figura del padre. In “Hard Eight” un uomo decide di prendersi cura del figlio dell’uomo che ha ucciso, ma per farlo è costretto a commettere un altro omicidio; in “Boogie Nights” il protagonista fugge dalla famiglia dove la madre non fa che colpevolizzarlo e il padre non fa niente per aiutarlo, ed entra in un’altra “famiglia”, dove il regista diventa una specie di padre putativo, con cui non mancano contrasti e riconciliazioni. In “Magnolia” i casi sono tanti: il padre che vuole fare pace con la figlia prima di morire, dopo averla violentata per anni e averla indotta a drogarsi; l’uomo che finge che il padre sia morto perché aveva abbandonato la madre malata e che adesso, che sta davvero per morire, riesce solo alla fine a essere veramente dispiaciuto per lui; il ragazzino genio sfruttato dal padre per guadagnare soldi a un quiz televisivo che cerca il rispetto del genitore. Inoltre, per Anderson, la violenza è sempre l’atto caratterizzante della famiglia, dai due omicidi in “Hard Eight”, all’adolescente che, mentre cerca di togliersi la vita, viene ucciso inconsapevolmente dalla madre in “Magnolia”.
La violenza torna anche nell’ultimo film del regista californiano, “Punch-Drunk Love” (2003), e anche qui trova le sue origini nel nucleo familiare. Il protagonista (Adam Sandler) è uno strano uomo, che va a lavorare sempre vestito nello stesso modo, che chiama telefoni erotici che poi lo truffano, che colleziona confezioni di budino per vincere miglia aeree, ma che soprattutto viene continuamente assillato dalle sue sette sorelle. Proprio ad una cena con loro assistiamo al primo dei suoi tanti attacchi d’ira che lo portano sempre a distruggere qualcosa (una vetrata, il bagno di un ristorante, …) e non è difficile capire che l’origine di questo problema sia da ricondurre alla sua infanzia e alla difficoltà di essere l’unico ragazzo tra tante donne che lo prendono in giro chiamandolo “finocchietto”. Questo film può essere definito una commedia romantico-surreale, a partire dai personaggi (oltre al bizzarro protagonista, la sua altrettanto bizzarra metà, interpretata da Emily Watson), fino alle situazioni (un piccolo pianoforte semi-distrutto abbandonato in strada, un mostruoso incidente automobilistico di cui nessuno sembra curarsi, una rocambolesca truffa telefonica con conseguente incontro finale tra truffatore e vittima) e all’alternarsi di silenzio e frastuono, calma piatta e più completo caos, tranquillità al limite dell’apatia e violente esternazioni d’ira o di disperazione. Come lo stesso Anderson ammette, Barry Egan (il personaggio interpretato da Sandler) è fortemente autobiografico, in quanto anche lui proviene da una famiglia molto numerosa e sa essere molto arrogante e duro. A differenza dei due film precedenti, “Punch-Drunk Love” ha una lunghezza, per così dire, “umana” (90 minuti ca.) e non cerca di dipingere un grande affresco, seguendo le vicende di numerosi personaggi, ma ne esamina in profondità uno solo, facendo venire alla luce, in una figura da clown, il lato più oscuro. Infatti, è negli intenti del regista fare dei film per il pubblico, ma, allo stesso tempo, non permettere mai che esso possa anche solo minimamente anticiparne i contenuti.
Citando il diretto interessato, uno dei registi che maggiormente lo hanno influenzato è Robert Altman. Per “Magnolia” molti critici hanno parlato di diverse analogie con “America Oggi” (1993), tratto da alcuni racconti di Raymond Carver e la canzone “He Needs Me” in “Punch-Drunk Love” è tratta da “Popeye” (1981). Lo stesso Anderson dice di non provare fastidio nell’essere soprannominato “Little Bobbie Altman” e ammette di esserne stato fortemente influenzato, oltre che come regista, soprattutto come uomo, avendo avuto la possibilità di frequentarlo a lungo. Oltre ad Altman, Anderson parla anche di Scorsese e di Truffaut, ma più di tutti dice di amare Jonathan Demme (che definisce il suo “all-time king hero”), perché lo considera la combinazione dei tre detti precedentemente.
Oltre che nella regia cinematografica, P. T. Anderson si è anche cimentato nella creazione di video musicali. Ha collaborato soprattutto con Fiona Apple (tre video), ma anche con Aimee Mann e Michael Penn. In alcuni di questi lavori, ha utilizzato alcune delle risoluzioni sperimentate nei suoi film (ad esempio la macchina da presa del 1920 utilizzata per la sequenza di Greenberry Hill in “Magnolia”), chiama ancora alcuni de suoi attori preferiti (Reilly, Hoffman, Walters, …) e rende omaggi a film del passato (come al “Non si uccidono così anche i cavalli?” di S. Pollack nel video di Penn).
Valeria Fiordimare
Paul Thomas Anderson
Breve analisi di un giovane maestro
Nomination alla Palma d'oro e premio per la regia al Festival di Cannes
di Vittorio Renzi Da almeno cinque anni, ovvero dall'uscita di Boogie Nights (1997), è nel mirino della critica internazionale, caso più unico che raro di giovane autore - una volta tanto si può non mettere tra virgolette - che scrive e dirige, senza rifugiarsi nella griglia dei generi cinematografici.
Nato a Studio City, in California, nel 1970, esordisce nel 1988 con un cortometraggio su un personaggio che, evidentemente, gli sta a cuore: The Dirk Diggler Story: nel 1997 sarà Mark Wahlberg ad interpretare questo personaggio fittizio (ispirato al "re del porno" John Holmes) in un film di ben più ampio respiro. Nel 1993, dopo ben sei anni, una nuova occasione, il corto Cigarettes and Coffee; nel 1996 il primo lungometraggio, Sydney; l'anno successivo, finalmente, la possibilità e i mezzi per mirare, nientemeno, a un nuovo Nashville,
ambientato, anziché nella capitale della musica country, nella Los Angeles dei film porno, della disco e della cocaina (1976-1984). Un film eccezionale: per la durata, il numero degli attori, le trame parallele e il loro perfetto coordinamento, nonché la giovane età del regista, non ancora trentenne. Si inizia a parlare di un nuovo Robert Altman (tra l'altro, il montatore è Dylan Tichenor, che ha lavorato a I protagonisti e America oggi). Tra gli interpreti, oltre a Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Heather Graham, William H. Macy,
Due anni dopo, Magnolia (un meritatissimo Orso d'oro a Berlino) ribadisce che non si è trattato di un isolato colpo di genio. Dunque?
Come prima cosa possiamo dire che nel cinema di P.T. Anderson l'idea e l'uomo hanno lo stesso peso. Ci sono registi come Altman, Kubrick, o i fratelli Coen, per i quali, con intenzioni e modi differenti, la figura umana è imprescindibile da uno sguardo, diciamo così, dall'alto, entomologico: come fosse un insetto da studiare mentre si dibatte nella ragnatela del Caso/Caos. Anche Anderson tesse questa ragnatela casuale-caotica, ma la vittima designata è, non un insetto, ma l'essere umano, osservato con viva partecipazione.
Anderson ama tutti i suoi personaggi, anche quelli detestabili: di ognuno rende manifeste le ragioni, i sentimenti, la sofferenza. Un regista umanista che, come Michael Mann, non può esimersi dal rappresentare la dignità, se non morale, vitale dell'uomo postmoderno ma che, a differenza di Mann, non ne traccia un malinconico epitaffio, bensì ne documenta, nonostante tutto, l'ostinazione del vivere.
Al pari di Altman, Anderson possiede una vocazione polifonica (nel senso che Bachtin attribuisce a Dostoevskij) così lucida e precisa, da poter assemblare decine di storie, personaggi, piccoli episodi paralleli, senza perdere il senso organico della totalità della messa in scena - sia nei termini di svolgimento della narrazione, sia per la coerenza delle scelte registiche, per l'uso significante della colonna sonora. Ma al contrario di Altman, sempre trascendente rispetto alla sua creazione, Anderson è - quasi sempre - immanente ad essa, come fosse l'attore invisibile dietro il volto di ogni attore. Non stupisce che il sogno di ogni interprete, oggi, sia di lavorare con questo giovane e talentuoso regista.
Un regista all'altezza della sua ambizione e, in qualche caso (la pioggia di rane in Magnolia), persino della sua presunzione. E' straordinario, infatti, che questa grande capacità di controllo non solo non soffochi ma al contrario esalti l'emozione, così come la capacità tecnica, il virtuosismo dei piani-sequenza o del montaggio non sproloquiano invano ma costruiscono e danno spessore al testo.
L'attesa italiana è ora rivolta al suo ultimo film, Punch-Drunk Love, con il quale ha ottenuto la nomination alla Palma d'oro e ha vinto il premio per la regia al Festival di Cannes, ex-aequo con il coreano Kwon-taek Im. Il titolo è un’espressione gergale che sta per “ubriaco perso d’amore”, o qualcosa del genere: è quanto capita a Barry Egan, giovane e problematico proprietario di un’azienda, asfissiato da sette sorelle, che si mette nei guai a causa di una telefonata erotica. Una delle sorelle, però, ha un’amica, bionda… Gli interpreti: Adam Sandler (comico noto per lo show televisivo Saturday Night Live), Emily Watson ( Le onde del destino, The Boxer, Gosford Park) e l'immancabile Philip Seymour Hoffman (già presente in Sydney, Boogie Nights e Magnolia
Cèline e Julie vanno in barca
(Céline et Julie vont en bateau, Francia, 1974, col., 187' Regia: Jacques Rivette
con: Juliet Berto, Dominique Labourier, Bulle Ogier, Marie-France Pisier, Barbet Schroeder
Libere variazioni su pagine letterarie di Adolfo Bioy Casares, Henry James, Lewis Carroll. In una piazzetta di Montmartre, Julie e' seduta su una panchina a leggere un libro quando vede passare davanti a se' una giovane donna che perde un foulard. Lo raccoglie e cerca di restituirglielo, ma invano poiche' la sconosciuta entra in una camera d'albergo. Soltanto il mattino dopo le due donne si incontrano. Julie e' una bibliotecaria, Céline una prestidigiatrice e verra' ospitata a casa della nuova amica. Tra racconti, fantasticherie e riti magici, Céline svela a Julie di aver lavorato come infermiera in un'antica dimora dove vivevano un vedovo con la figlia, di salute cagionevole, la cognata e un'altra donna. In quella villa, al 7 bis di rue du-Nadir-aux-Pommes, entrambe faranno ritorno e riusciranno a vedere e poi a rivivere esattamente un fatto accaduto anni addietro e conclusosi con l'uccisione della bambina. Nel corso delle loro scorribande - reali e fantastiche - le due amiche riusciranno a mettere in salvo la piccola vittima e la porteranno via con loro su una barca. Alla fine, Céline seduta su una panchina in una piazzetta di Montmartre, vede passare davanti a se' Julie che prende un libro dalla borsa, lo raccoglie e cerca di restituirglielo, ma…
Merry-go-round
Francia, 1978, col., durata:
Regia: Jacques Rivette
Musica: Barre Phillips (casso), John Surman (clarinetto)
con: Maria Schneider (Léo), Joe Dallesandro (Ben), Francoise Prévost (Renée Novich), Maurice Garrel (Julius Danvers), Danièle Gégauff (Elisabeth), Jean-Francis Stévenin (il dottore), Sylvie Meyer (Sylvie), Michel Berto (Jérôme).
Un misterioso incontro, un rapimento, case vuote, un traffico di denaro e una moltitudine di personaggi coinvolti in una storia di cui ciascuno detiene la (sua) chiave.. In questo film costruito sulla circolarità di un gioco complesso e esoterico Jacques Rivette porta a un estremo il suo gusto per l’enigma.
«Mi piace che un film sia un’avventura: per chi lo fa e per chi lo vede. L’avventura di questo film è stata un po’ incostante, ho dovuto cambiare molte cose nel corso delle riprese in risposta a venti contrari, stasi o brezze gentili. Spero solo che alla fine il film, con tutti i suoi detours, conservi qualcosa dei pericoli e delle insidie che ha attraversato, delle sue incertezze, dei suoi momenti di trasparenza – anche se ci si accorge che forse il viaggio è stato solo un girare in tondo, come su una giostra (‘merry-go-round’ in inglese)». (Jacques Rivette)
(Paris Belongs to Us) 1961, 138m
b/w, 35mm, 1 x 1.33
AYJM (Claude Chabrol), Les Films du Carosse (Francois Truffaut)
Scenario: Jacques Rivette, Jean Grualt
Image: Charles Bitsch
Montage: Denise de Casabianca
Music: Philippe Arthuys
Assistant Directors: Jean Herman, Suzanne Schiffman
Betty Schneider (Anne Goupil), Gianni Esposito (Gérard Lenz), Francoise Prévost (Terry Yok), Daniel Crohem (Philip Kauffman), Francois Maistre (Pierre), Jean-Claude Brialy (Jean-Marc), Birgitta Juslin, Noelle Leiris, Monique le Poirier, Malka Ribowska, Jean-Pierre Delage, Jean Martin, Henri Poirier, André Throent, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, Jacques Demy, Jacques Rivette
Parigi, 1957: Anne, invitata dal fratello Pierre alla festa di un amico, conosce Philip, un americano perseguitato da McCarthy, e il regista teatrale Gérard. Tutti sembrano coinvolti dal suicidio di un compagno spagnolo, attivista anarchico...