domenica, 13 marzo 2005

BLOG FAILURE

Arrivederci e grazie!

postato da: Oedipa alle ore 15:00 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, letteratura, vineland, attrattori strani
venerdì, 25 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Michael Naumann, Pynchon's friend and former editor at Heny Holt & Co. (Pynchon's publisher), remarked on a radio interview in Germany (where he is now some sort of Minister) that Pynchon's latest book is nearing completion (should come out in the next few years ??) and is about a female Russian mathematician and her love affair in Gottingen in the first part of the 20th Century with another mathematician: presumably the context will be Hilbert's researches (along with the other issues in the hotbed of mathematics in Germany)  

postato da: Oedipa alle ore 16:24 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, vineland
lunedì, 21 febbraio 2005

6 sec fa gipsyqueen ha scritto sul blog boatsagainstthecurrent
"NON HO TEMPO"Io alla frase “non ho tempo” non ho mai creduto. L’ho sempre vista come un eufemismo che sta per "non ho voglia”. L’impiego del nostro tempo è dettato da prioritá che noi stessi stabiliamo, dal momento che siamo dotati di...

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9 sec fa luchan ha scritto sul blog luchan90
X°DDDDDDDDDDDd oddio raga ke giornata!!!1 e 2 ora: supplenza!!! X°DDDD oddio ek ridere con Ste!!! anke se mi hya fatto mandare un sms a vuoto ùù X°DDDD3 e 4: abbiamo assistito a 3 brani classici ke son venuti a suonare a scuola nostra! X°DD io e Ste ...

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15 sec fa Miky-koishikawa ha scritto sul blog amangablog
FEBBRAIO '05-Peach Girl 18 (di 18), Miwa Ueda, PPMomo decide finalmente di sciogliere il triangolo che s'era creato tra lei, Toji e Kairi. Ma uno non prenderà troppo bene la cosa. Momo dovrà ricorrere a un aiuto inaspettato per salvarlo. Riuscirà finalmente Momo ad avere u...

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36 sec fa pentesilea ha scritto sul blog pentesilea
DEJECTION: AN ODE Late, late yestreen I saw the new Moon, with the old Moon in her arms; and I fear, I fear, my Master dear! We shall have a deadly storm. Ballad of Sir Patrick Spence Well! If the Bard was weather-wise, who made The grand old ballad of Sir Patric...

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44 sec fa Elewhin ha scritto sul blog lorhascox
Dopo mille dubbi e altrettanti ripensamenti, eccomi giunta a scrivere il primo post di questo blog... Da dove iniziare? Dai ringraziamenti! Così creiamo subito una bella atmosfera da serata degli Oscar e non ci pensiamo più: prima di tutte Elanor per la pazienza, p...

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47 sec fa Agaetin ha scritto sul blog cicciopallosi
Ciau Cicciopallosi, fra poco sarà Marzo...quindi molti di voi torneranno ad allietarci dai freddi paesi in cui sono andati per "dovere" vorrei avere il dovere di andare in Nuova Zelanda...

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1 min 2 sec fa AnimaDispersa ha scritto sul blog lefasidellaluna
"La vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo".....sarà vero???

1 min 5 sec fa pentesilea ha scritto sul blog pentesilea
DEJECTION: AN ODE Late, late yestreen I saw the new Moon, with the old Moon in her arms; and I fear, I fear, my Master dear! We shall have a deadly storm. Ballad of Sir Patrick Spence Well! If the Bard was weather-wise, who made The grand old ballad of Sir Patric...

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1 min 13 sec fa Elewhin ha scritto sul blog lorhascox
Dopo mille dubbi e altrettanti ripensamenti, eccomi giunta a scrivere il primo post di questo blog... Da dove iniziare? Dai ringraziamenti! Così creiamo subito una bella atmosfera da serata degli Oscar e non ci pensiamo più: prima di tutte Elanor per la pazienza, p...

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1 min 16 sec fa Agaetin ha scritto sul blog cicciopallosi
Ciau Cicciopallosi, fra poco sarà Marzo...quindi molti di voi torneranno ad allietarci dai freddi paesi in cui sono andati per "dovere" vorrei avere il dovere di andare in Nuova Zelanda...

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1 min 31 sec fa AnimaDispersa ha scritto sul blog lefasidellaluna
"La vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo".....sarà vero???

1 min 31 sec fa tuttaperme ha scritto sul blog tuttaperme
Il dio denaro....Oggi della serie sto crescendo…tutta dovrà parlare di soldi per lavoro…..e non ne sono capace…..già se esco da li e ho ottenuto un riborso spese sarà molto!!!!!tutta ha uno stranissimo rapporto con il denaro......riesce a spenderne sempre pi...

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1 min 36 sec fa Fruzza ha scritto sul blog fruzza
Effettivamente non ho niente da dichiarare.Ma scriverò lo stesso, per abitudine, si può dire.Mi lamenterò sul tempo terribilmente umido che in questi giorni imperversa su Napoli e sui miei mal di testa metereopatici.Quello che mi serve ora è soltanto una sigaretta.U...

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1 min 36 sec fa leanan-sidhe ha scritto sul blog sogood
clara bow

2 min 3 sec fa AnimaDispersa ha scritto sul blog lefasidellaluna
"La vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo".....sarà vero???

2 min 3 sec fa tuttaperme ha scritto sul blog tuttaperme
Il dio denaro....Oggi della serie sto crescendo…tutta dovrà parlare di soldi per lavoro…..e non ne sono capace…..già se esco da li e ho ottenuto un riborso spese sarà molto!!!!!tutta ha uno stranissimo rapporto con il denaro......riesce a spenderne sempre pi...

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2 min 8 sec fa Fruzza ha scritto sul blog fruzza
Effettivamente non ho niente da dichiarare.Ma scriverò lo stesso, per abitudine, si può dire.Mi lamenterò sul tempo terribilmente umido che in questi giorni imperversa su Napoli e sui miei mal di testa metereopatici.Quello che mi serve ora è soltanto una sigaretta.U...

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2 min 8 sec fa leanan-sidhe ha scritto sul blog sogood
clara bow

2 min 10 sec fa xNudaVeritas ha scritto sul blog attodefinitivo
Sentiva appena il vento che le muoveva i capelli - capelli di paglia - mentre a braccia aperte osservava chi nel campo stava mangiando i suoi sogni. AVVICINATI, TI PREGO, SOLO COSì SENTIRAI IL MIO CUORE CHE *BATTE*. Ma lei non poteva muoversi. Era soltanto uno spaventapasseri. Solo un p...

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2 min 12 sec fa NerviTesi ha scritto sul blog lagattapaolo
SI CHIUDE UNA PORTA, SI APRE UN PORTONE.INIZIA UN VIAGGIO, a piedi nudi nel parco........

2 min 15 sec fa corinocorini ha scritto sul blog minestraimperiale
periodicamente scasso i maroni a qui 3-4 soliti noti, leggo delle cosine in giro e le spedisco via mail. dato che i blog sono uno strumento in via d'estinzione e che io devo fare sempre il contrario mi ci butto sopra e vedo che come va. per esempio.... qui si comunica che il buon beck si è...

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2 min 17 sec fa LadyMaryon ha scritto sul blog ladymaryon
visto che ho un po' di tempo, e che sembra, sottolineare sembra, che 'sto mause funzioni(?) vi "ragguaglio" (termine dialettale) su quello che è successo............ sabato Giacomo ha giocato contro lo Spezia ed hanno vinto!!!!!!!! che finalmente ci si capisca qualcosa? ...

2 min 36 sec fa xNudaVeritas ha scritto sul blog attodefinitivo
Sentiva appena il vento che le muoveva i capelli - capelli di paglia - mentre a braccia aperte osservava chi nel campo stava mangiando i suoi sogni. AVVICINATI, TI PREGO, SOLO COSì SENTIRAI IL MIO CUORE CHE *BATTE*. Ma lei non poteva muoversi. Era soltanto uno spaventapasseri. Solo un p...

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2 min 38 sec fa NerviTesi ha scritto sul blog lagattapaolo
SI CHIUDE UNA PORTA, SI APRE UN PORTONE.INIZIA UN VIAGGIO, a piedi nudi nel parco........

2 min 41 sec fa corinocorini ha scritto sul blog minestraimperiale
periodicamente scasso i maroni a qui 3-4 soliti noti, leggo delle cosine in giro e le spedisco via mail. dato che i blog sono uno strumento in via d'estinzione e che io devo fare sempre il contrario mi ci butto sopra e vedo che come va. per esempio.... qui si comunica che il buon beck si è...

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2 min 43 sec fa LadyMaryon ha scritto sul blog ladymaryon
visto che ho un po' di tempo, e che sembra, sottolineare sembra, che 'sto mause funzioni(?) vi "ragguaglio" (termine dialettale) su quello che è successo............ sabato Giacomo ha giocato contro lo Spezia ed hanno vinto!!!!!!!! che finalmente ci si capisca qualcosa? ...

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2 min 46 sec fa meph ha scritto sul blog ossidipesca
sembra che mi sono imbarcato, ma adesso ne escosapete che mi sto annoiando?ma di brutto brutto brutto! ecco cosa potrei fare1. compiti2. musica3. scrivere4. disegnare5. mettere in ordine la casa6. fare un pupazzo di neve7. dormire8. morire9. dormire, forse sognare, sì questo è l'intopp...

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2 min 49 sec fa condre ha scritto sul blog acidstreet
nuove strisce e vignette questo mese sui siti CartaigienicaWeb e La 'Otenna !

3 min fa poetinascosti ha scritto sul blog poetinascosti
Il 16/02/2005 è passato. Anche in via Rubino abbiamo fatto volare le nostre poesie. Noi eravamo in tanti, i poeti nascosti come sempre in queste occasioni emergono dalla città sotterranea e si presentano con le loro poesie. Ci sono una serie di riflessioni da fare, eravamo al cen...

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3 min 23 sec fa AstroSplendente ha scritto sul blog astrosplendente
InaspettatamenteHo aperto un blog per lui.......per sfogare liberamente i miei sentimenti senza essere di peso a nessuno........dove essere veramente me stessa.........Sono stata molto male........Ho sperato tanto........E' stata una grande sofferenza che ha devastato il mio cuore........Pu&og...

2 min 59 sec fa corinocorini ha scritto sul blog minestraimperiale
periodicamente scasso i maroni a qui 3-4 soliti noti, leggo delle cosine in giro e le spedisco via mail. dato che i blog sono uno strumento in via d'estinzione e che io devo fare sempre il contrario mi ci butto sopra e vedo che come va. per esempio.... qui si comunica che il buon beck si è...

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3 min 1 sec fa LadyMaryon ha scritto sul blog ladymaryon
visto che ho un po' di tempo, e che sembra, sottolineare sembra, che 'sto mause funzioni(?) vi "ragguaglio" (termine dialettale) su quello che è successo............ sabato Giacomo ha giocato contro lo Spezia ed hanno vinto!!!!!!!! che finalmente ci si capisca qualcosa? ...

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3 min 4 sec fa meph ha scritto sul blog ossidipesca
sembra che mi sono imbarcato, ma adesso ne escosapete che mi sto annoiando?ma di brutto brutto brutto! ecco cosa potrei fare1. compiti2. musica3. scrivere4. disegnare5. mettere in ordine la casa6. fare un pupazzo di neve7. dormire8. morire9. dormire, forse sognare, sì questo è l'intopp...

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3 min 7 sec fa condre ha scritto sul blog acidstreet
nuove strisce e vignette questo mese sui siti CartaigienicaWeb e La 'Otenna !

3 min 18 sec fa poetinascosti ha scritto sul blog poetinascosti
Il 16/02/2005 è passato. Anche in via Rubino abbiamo fatto volare le nostre poesie. Noi eravamo in tanti, i poeti nascosti come sempre in queste occasioni emergono dalla città sotterranea e si presentano con le loro poesie. Ci sono una serie di riflessioni da fare, eravamo al cen...

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3 min 41 sec fa AstroSplendente ha scritto sul blog astrosplendente
InaspettatamenteHo aperto un blog per lui.......per sfogare liberamente i miei sentimenti senza essere di peso a nessuno........dove essere veramente me stessa.........Sono stata molto male........Ho sperato tanto........E' stata una grande sofferenza che ha devastato il mio cuore........Pu&og...

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3 min 43 sec fa FairyStream ha scritto sul blog airalimi
perche non posso vivere la mia vita... perche??????????? è la mia vita ma sembra che tutti a partire da mia madre che vorrei solo che stesse zitta mi lasciasse stare... sembra che abbia deciso della sua di vita... ho preso una decisione conla mia testa.... non amavo più un ragazz...

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3 min 45 sec fa loba ha scritto sul blog loba
Sento freddo!Possibile che non riesco a scaldarmi neanche con 3 maglioni e un giacchetto?Vorrei rotolarmi sopra un termosifone bollente, chissà se riuscirei a stiepidirmi? Si perchè mentre mi rotolo da una parte mi raffreddo dall'altra!Lasciamo perdere...Ogni tanto (spesso) mi sc...

3 min 38 sec fa poetinascosti ha scritto sul blog poetinascosti
Il 16/02/2005 è passato. Anche in via Rubino abbiamo fatto volare le nostre poesie. Noi eravamo in tanti, i poeti nascosti come sempre in queste occasioni emergono dalla città sotterranea e si presentano con le loro poesie. Ci sono una serie di riflessioni da fare, eravamo al cen...

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4 min 1 sec fa AstroSplendente ha scritto sul blog astrosplendente
InaspettatamenteHo aperto un blog per lui.......per sfogare liberamente i miei sentimenti senza essere di peso a nessuno........dove essere veramente me stessa.........Sono stata molto male........Ho sperato tanto........E' stata una grande sofferenza che ha devastato il mio cuore........Pu&og...

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4 min 3 sec fa FairyStream ha scritto sul blog airalimi
perche non posso vivere la mia vita... perche??????????? è la mia vita ma sembra che tutti a partire da mia madre che vorrei solo che stesse zitta mi lasciasse stare... sembra che abbia deciso della sua di vita... ho preso una decisione conla mia testa.... non amavo più un ragazz...

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4 min 5 sec fa loba ha scritto sul blog loba
Sento freddo!Possibile che non riesco a scaldarmi neanche con 3 maglioni e un giacchetto?Vorrei rotolarmi sopra un termosifone bollente, chissà se riuscirei a stiepidirmi? Si perchè mentre mi rotolo da una parte mi raffreddo dall'altra!Lasciamo perdere...Ogni tanto (spesso) mi sc...

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4 min 19 sec fa hakuin ha scritto sul blog hakuin
RELAXLa sera prima di partire non riuscivo a reggermi in piedi... non ero ubriaco.. avevo circa 38 di febbre. "Sono 2 anni che non mi ammalo, ma porca.. proprio la sera prima di partire?". Una pastiglia di tachipirina dopo due toast, non riuscivo a trovare lo zaino, mia nonna ascoltava Jer...

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4 min 31 sec fa Myele ha scritto sul blog lightprincess
Rieccomi qui, a scrivere. Noto che se non lo faccio io, l'Elisa è come MORTA!Sono stati giorni difficili i Nostri, abbiamo avuto tante esperienze(più negative che positive ma, ci sono sempre state)e, Mi mancava il Nostro BloGGhino ^^Penso tanto a volte.Penso a tutto ciò che c'&e...

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4 min 32 sec fa Ontheroad76 ha scritto sul blog cisiamoancora
Mi domandavo.... ma il nostro masenonmollamai e' sparito da questo blog???? Che gli avete fatto venerdi? L'avete maltrattato?????????????

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4 min 38 sec fa niku ha scritto sul blog nikugignuz
Ho messo via un po' di rumore dicono così si fanel comodino c'è una mina tonsille da seimila watt.Ho messo via i rimpiattini, dicono non ho l'età,se si voltano un momento io ci rigioco perchè a me va.Ho messo via un po' d'illusioni che prima o poi basta cosìl...

4 min 56 sec fa niku ha scritto sul blog nikugignuz
Ho messo via un po' di rumore dicono così si fanel comodino c'è una mina tonsille da seimila watt.Ho messo via i rimpiattini, dicono non ho l'età,se si voltano un momento io ci rigioco perchè a me va.Ho messo via un po' d'illusioni che prima o poi basta cosìl...

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5 min 1 sec fa dracula84 ha scritto sul blog dracula84
tranquilli, è normale se alle 8:20 arriva un msg del genere:e voi vedrete il figlio dell'uomo salire sulle nubi del cielo e sedere alla destra del padrevoi rispondete (solo xkè avete i msg gratis altrimenti...):ma anke noaltro msg:andrò a pregare nel deserto x 40 giorni e ...

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5 min 16 sec fa Acidula ha scritto sul blog undiariodisperso


5 min 23 sec fa Sirith ha scritto sul blog laviaprosegue
Oggi? Una parola (anzi, uno smiley): . Cioè: du balle....Però nell'ora di matematica è successa un cosa fantastica (grazie alla nostra Ilaria che manomette i mobili): la prof si è seduta sulla sedia con la gambina monca perchè (non ho ancora ben chiaro il con...

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5 min 47 sec fa MeryStellina ha scritto sul blog tralemiestelle
Ma stai tranquilla non e' niente e' solo vita che entra dentro il fuoco che ti brucia il sangue quella e' l'anima Puo' anche non piacerti il mondo o forse a lui non piaci te comunque questa e' un'altra storia questo e' Hemingway Sto seriamente male...ho mille pensieri in testa e non riesco a d...

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6 min 22 sec fa TopoEriberto ha scritto sul blog topoeriberto
Ecco, l'hai fatto di nuovo... Addio alla speranza di ottenere certezze in questi giorni. Non ci capisco più nulla. Io sono maledettamente umorale e va bene... Ma anche tu, cavoli, mica scherzi!! Si può sapere che cavolo ti passa per quella testaccia intricata? E di nuovo io p...

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6 min 25 sec fa smeerch ha scritto sul blog smeerch
Mp3: Winamp sblocca i brani di Napster Un piccolo add-on elimina il blocco anti-copia (Nicola Bruno - www.itnews.it - 21/02/05)Ci risiamo. Alcuni ‘smanettoni’ hanno trovato il sistema per togliere la protezione anti-copia ai file scaricati dal sito di Napster. È un po’ come ...

postato da: Oedipa alle ore 14:13 | Permalink | commenti
categoria:letteratura
mercoledì, 09 febbraio 2005

 

Thomas Pynchon IV

 

Oltre il silenzio di Pynchon

 

 

Una raccolta di saggi sullo scrittore americano, aiuta a districarsi in un'opera tra le più affascinanti del panorama novecentesco, dove il disturbo mentale genera la forma della realtà e il modo di conoscerla. Con il titolo La dissoluzione onesta, esce da Cronopio a cura di Caratello e Alfano, con contributi di Sandro Portelli, Tommaso Pincio, Luca Briasco
di EMANUELE TREVI

Nel campo della letteratura, nulla è forse altrettanto simile a una religione del rapporto che critici e lettori intrattengono con l'opera di Thomas Pynchon. A partire ovviamente dall'invisibilità da autentico deus absconditus nella quale, agli inizi degli anni `90, aveva ficcato il naso genialmente Don DeLillo, in quel gioiello di ironia e profondità che è Mao II. A differenza del nevrotico Salinger, che ha portato nel nero di seppia della sua privacy l'opera assieme all'uomo, il più sottile Pynchon non ha mai «sacralizzato» la privacy in sé. Bisogna sempre capire e distinguere comportamenti superficialmente simili (al contrario di quanto l'«informazione» fa di solito): anche Cormac McCarthy, per esempio, odia concedere interviste e se ne sta tranquillo in Texas. Ma non è mai detto. La solitudine è una circostanza complessa, ben più di una scelta sullo stile di vita. San Francesco di Sales dice che si può stare da soli anche in mezzo a un ricevimento mondano, fuggendo all'interno di se stessi come un cervo nel folto del bosco. Essere immortalato da un fotografo invadente con un carrello della spesa e l'aria incazzata, forse, non sarebbe un dramma per l'autore dell'Arcobaleno della gravità, così come lo è stato per l'ansioso Salinger. Fatto sta, che la vita di Pynchon coincide con la serie dei suoi libri - i cinque romanzi e il racconti di Slow Learner - e assomiglia molto più un canone (come la successione dei libri biblici) che a una laica bibliografia.

Una rivelazione ancora in atto, tra l'altro, visto che tutto lascia credere che la nuova fase inaugurata da Vineland (1988) e proseguita con Mason & Dixon (1997) non sia ancora esaurita. Indubbiamente, questi libri sono una sindone, una superficie dove si stampa il profilo di un'identità. Ma il luogo verbale dove con più sicurezza intravediamo questo profilo è sempre sulla soglia dell'opera: è una voce che racconta, un'inconfondibile mescolanza di cinismo, sapienza, senso dell'umorismo e capacità visionaria. La voce umana, come spiega a Oedipa suo marito, il dj radiofonico Mucho Maas, nell'Incanto del lotto 49, è un miracolo. Eppure, stabilita l'analogia sacrale, tra l'opera di Pynchon e una qualunque religione esiste anche una sostanziale differenza. Una volta fatta la distinzione tra testi canonici e apocrifi, infatti, una religione può dirsi costituita, e in grado di allontanare da sé, sulla base di quella scelta, ogni minaccia di eresia.

Nell'opera di Pynchon, invece, questa distinzione è impraticabile, si avvita su se stessa, conflagra definitivamente. L'apocrifo ha occupato il centro del canonico, si è confuso con lui, in un gioco di maschere senza regole e apparenti finalità. Nell'introduzione a una raccolta di saggi su Pynchon intitolata La dissoluzione onesta (Cronopio, pp. 246, euro 17,00) Mattia Caratello, che ha curato il libro assieme a Giancarlo Alfano, molto acutamente mette in campo il concetto di mistificazione con le sue varie e contraddittorie derive etimologiche. Il verbo francese mystifier, infatti, dal quale derivano le analoghe forme inglesi e italiane, ha un senso immediato che rimanda alla falsificazione e all'imbroglio, ma accanto a questo possiede anche il senso di iniziare a qualche mistero, condurre qualcuno al centro di una verità attraverso un arduo percorso di conoscenza. È nella dialettica tra queste due dimensioni del mystifier che ha preso forma, a partire da V, il primo romanzo del 1963, la voce narrativa, la voce-miracolo dei romanzi di Pynchon. Questa oscillazione perpetua, questa inaffidabile affidabilità, questo ipertrofico Cretese che ci ricorda ad ogni riga della sua opera immensa che tutti i Cretesi mentono, non solo è piantato al centro del testo come l'autoritratto in veste di narratore più complesso e affascinante del nostro tempo; ma condiziona l'attività del lettore fino alle estreme punte della sua sensibilità e della sua intelligenza. Tra l'altro, nell'interessantissimo saggio di Luca Briasco presente in questo volume, si dà conto in maniera esauriente di una vera e propria antipatia collettiva suscitata dall'opera di Pynchon fra gli scrittori americani: e si capisce. Pynchon è una disperazione per tutti gli altri scrittori. Non perché sia necessariamente più «bravo». Doctorow e DeLillo, per esempio sono, ognuno rispetto ai fini che si propongono, più «bravi». Ma il lavoro dello scrittore consiste in buona parte nell'inventare un punto di vista, una voce narrativa esteticamente credibile. Beckett è dovuto addirittura ricorrere al francese, per andare oltre Watt. Analoga l'impresa di Agota Kristov, ai giorni nostri. Ora, l'opera di Pynchon, con il suo continuo trasformismo da cartoon, è una specie di immensa enciclopedia parodistica di ogni possibile voce narrativa, anche futura, e già irrisa prima di nascere. (A voi non sarebbe antipatico?).

La dissoluzione onesta è un libro nato da un convegno su Pynchon del 1998, quando ancora non era uscita l'ottima traduzione di Giuseppe Di Natale dell'Arcobaleno della gravità, che da noi era decisamente il più importante libro non letto della seconda metà del Novecento. Circola in questi tredici saggi un'aria di scoperta, e anche una sana reattività politica, una nozione critica se non addirittura antagonista di postmodernità - tutto ciò che nella parte finale dell'Arcobaleno della gravità prende il nome di Forza Contraria. Il fatto è che nell'opera di Pynchon, esattamente come nel mondo in cui viviamo, il disturbo mentale genera la realtà nel suo complesso: la sua forma e il nostro modo di conoscerla. Sulla superficie delle cose, noi leggiamo la nostra stessa paranoia, dice Pynchon. E se tentiamo una mappa, come Mason e Dixon, lungi dal debellarlo, non facciamo che fornire al dusturbo un'ulteriore possibilità, un'ulteriore variante. Ma se il mondo è il discorso di un folle, ne consegue che questo discorso è, appunto, folle: né completamente falso né completamente vero.

Lungi dal fornirgli l'alibi di una spiegazione, non importa di che tipo, il testo-mistificazione di Pynchon lascia la palla in mano al lettore, demanda a lui la responsabilità dell'ulteriore giro di vite. Lo spiega benissimo Sandro Portelli in uno dei saggi più felici di questo libro, interpretando il finale dell'Incanto del lotto 49, aperto su uno scioglimento che non viene scritto, anche se questa omissione non ci delude. Siamo arrivati lì a fianco di Oedipa Maas, questa splendida figura di donna, tra le più attraenti e poetiche di tutta l'arte moderna, e aspettiamo con lei lo sciogliersi del mistero, il definitivo rivelarsi del Tristero. Questo scioglimento è impossibile, ma la consapevolezza del fallimento, lungi dal liberarci, è la nostra vera catena. Il discorso della follia rialza la posta, cambiando completamente il senso di quello stare, assieme a Oedipa, sulla soglia, al limitare dell'evento. Se il dire del racconto è sempre, per la sua stessa natura, anche un tacere qualcosa, con un geniale rovesciamento il suo flusso linguistico si arresta di fronte a un sipario che si sta sollevando di fronte ai nostri occhi. E nel momento in cui il libro è davvero finito per sempre, ci accorgiamo che anche questo nuovo silenzio, l'eloquente silenzio della paranoia, continua a parlarci.

[da il Manifesto]

postato da: Oedipa alle ore 13:30 | Permalink | commenti
categoria:letteratura
martedì, 08 febbraio 2005

 

Thomas Pynchon III
 
recensioni di Pincio, T. L'Indice del 1999, n. 12

Per buona parte della comunità letteraria statunitense Mason & Dixon, l'ultimo romanzo di Thomas Pynchon, era già mito molto tempo prima di essere dato alle stampe. Non avrebbe potuto essere diversamente, considerando che da più di vent'anni circolava la voce di un libro del grande recluso sulla Mason-Dixon Line, la linea di confine - tracciata nella seconda metà del Settecento tra la colonia del Maryland e quella della Pennsylvania - che durante la Guerra di Secessione marcò la separazione fra il Nord abolizionista e il Sud schiavista.
Di un romanzo in cui la verità storica sembra mostrarsi quale semplice apparenza e i paradossi dell'immaginazione quali verità morali, ciò che sarebbe più interessante discutere è la sua relazione con la Storia. Apparentemente Mason & Dixon ha tutte le caratteristiche di una ricostruzione storica: narra di eventi realmente accaduti e mima l'ortografia e il lessico dell'epoca. Ma fin dalle prime pagine Pynchon lascia intendere che il romanzo non è la Storia bensì un racconto, il racconto di Natale con cui un certo Reverendo Cherrycoke intrattiene i bambini della casa che lo ospita e, a poco a poco, anche gli adulti. Ecco allora che la vicenda narrata si affolla di figure storicamente improbabili, di cani che parlano e di papere meccaniche. Ecco che lo svolgersi degli eventi si perde nelle più disparate digressioni. Se questa è Storia, è comunque una Storia dove le domande rimangono senza risposta, dove il sogno regola la memoria e dove i messaggi non giungono a destinazione.
Perché Thomas Pynchon ce l'abbia tanto con la Storia lo spiega per bocca del Reverendo Cherrycoke a metà del romanzo: "I Fatti non son che i balocchi dell'Azzeccagarbugli (...) Trottole e Cerchi, sempre in rotazione". Meglio, molto meglio per il bene della gente, sarebbe che la Storia fosse "accudita riguardosamente e amorosamente da fabulatori e contraffattori, Cantastorie ed Eccentrici d'ogni latitudine, Maestri del Travestimento che la provvedano di Costume, Toletta e Portamento e Scilinguagnolo abbastanza sciolto da tenerla al di là dai Desideri, o anche dalla Curiosità del Governo".
Detto più chiaramente il problema è quello di evitare che la conservazione del passato diventi lo strumento con cui il potere si industria a organizzare la vita per addomesticarla al sistema e, laddove si mostri troppo recalcitrante, a indirizzarla anticipatamente all'altro mondo - perché è noto che quello della morte è il sistema più ordinato dell'universo, il sistema dove nulla si crea e tutto è stato già distrutto.
Pynchon cerca dunque di evitare che, una volta tanto, la Storia non serva a spiegare le ragioni della morte ma a raccontare quelle della vita. Per far questo, con toni spesso toccanti e malinconici, ripercorre meticolosamente l'esistenza di due uomini che, malgrado loro e senza comprenderlo fino in fondo, contribuirono ad abbozzare uno dei tanti disegni della Storia. I due uomini in questione sono gli scienziati inglesi da cui la famigerata linea prende il nome, Charles Mason e Jeremiah Dixon. Si tratta di due persone agli antipodi, per temperamento e per formazione culturale. Mason è un astronomo, il suo sguardo è volto al cielo e la mente alle questioni spirituali. È un anglicano, e l'aver prestato servizio nell'ambito di un sistema aristocratico lo ha tenuto lontano dai problemi mondani ma lo ha trascinato verso cupe meditazioni dominate dal pessimismo e dall'ossessione della morte. Dixon è l'esatto contrario. È un quacchero dotato di una sensibilità prettamente terrena, vista anche la sua professione di topografo. È un uomo concreto e abituato a guadagnarsi da vivere giorno per giorno, si compiace dei propri motti di spirito e ostenta una particolare attrazione per il lato materiale della vita, in primo luogo il sesso. Due uomini che, malgrado le loro differenze, riescono a collaborare fino a diventare grandi amici. conoscono nel corso di una fallita spedizione a Sumatra per osservare il raro fenomeno astronomico del Transito di Venere e vengono poi incaricati dalla Corona Britannica di mettere un po' d'ordine in quella terra piena di belle speranze ma ancora troppo selvaggia che era l'America del XVIII secolo. I due partono, riescono in qualche modo nell'impresa e tornano a casa. Qui, ormai vecchi come il Mondo che avevano lasciato e a cui sono tornati, continuano occasionalmente a incontrarsi, e da quei buoni amici che sono ormai diventati se ne vanno talvolta a pescare parlando dei tempi andati, commentando il bizzarro corso circolare delle loro esistenze.
Il senso della Storia, dell'unica storia che veramente conti, è tutto qui. Si lascia la propria casa, si viaggia per il mondo, ci si affanna con scarso successo dietro ai misteri insondabili dell'universo, si lavora per fini di cui non si afferra pienamente il senso e infine si torna a casa, esattamente al punto da cui si era partiti.
Sembrerebbe non sia accaduto nulla. Due uomini hanno diviso in due una terra, disegnando inconsapevolmente la mappa di una delle tante tragedie della Storia, e adesso eccoli qui, con una canna da pesca in mano a parlare dei vecchi tempi. Non fosse per il fatto che sono diventati amici, che due persone tanto diverse hanno passato insieme buona parte della vita, forse si potrebbe anche dire che sarebbe meglio non fosse successo niente. Ma sono diventati amici, e questo cambia un po' le cose. Questi due signori alla fine del loro viaggio ci lasciano così con qualche malinconia ma anche con un po' di speranza. È essenzialmente questo che fa di Mason & Dixon un romanzo meraviglioso e struggente.
 
 
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lunedì, 07 febbraio 2005

 

 

 

Thomas Pynchon II

Un Natale postmoderno
di Tommaso Pincio

Radio che «ronzano canti di Natale», personaggi con una «barba da Babbo Natale imbiancata anzitempo», blatte di Natale che si aggirano «brulicanti nella profondità della grotta di Betlemme», feste di Natale in strani istituti dove sinistri scienziati vedono le proprie assistenti prendere loro l’uccello per cacciarselo in gola più profondamente che possono. E poi i V-2, le micidiali bombe razzo che i tedeschi lanciavano su Londra nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale, bombe razzo che qui attraversano il cielo alla maniera di una malefica e «nuova stella, o qualcosa di altrettanto percettibile» alla stella di Natale. Questo è altro ancora lo si trova in uno dei romanzi più complessi del secolo scorso, per non dire della letteratura in assoluto: L'arcobaleno della gravità.
Che il suo autore — lo statunitense Thomas Pynchon — abbia un conto aperto con il Natale sembra alquanto innegabile, visto che altre sue opere si aprono come fossero racconti di Natale. Per farsene un'idea è sufficiente leggere l'incipit di V. (1963) suo romanzo d’esordio: «1955, la vigilia di Natale. Benny Profane, jeans neri, giubotto di pelle scamosciata, scarpe da ginnastica e cappellone da cow-boy, si trovava a passare dalle parti di Norfolk, in Virginia». Ma qualcosa di simile avviene anche nel più recente Mason & Dixon (1997), perché è durante la «Temperie Natalizia del 1786» che il reverendo Cherrycoke intrattiene i nipotini raccontando le peripezie di un astronomo e un agronomo inglesi diventati famosi per una linea di confine destinata a dividere in due il nuovo — e allora molto selvaggio — mondo americano.
La storia di questa particolare ossessione per il Natale parte da lontano, da una delle tanti voci che circolano in merito al più schivo e misterioso scrittore vivente. Poco o nulla si sa della vita di Thomas Pynchon, e in questo poco o nulla rientra la certezza che egli si è laureato alla Cornell University di New York negli anni in cui vi insegnava Vladimir Nabokov, l’esule russo creatore di Lolita. Pynchon non risulta registrato tra i suoi allievi e non c’è alcun modo per poter affermare con certezza che egli abbia davvero assistito a qualcuna delle lezioni tenute da Nabokov. L’unico indizio certo — se certo si può definire — è il fatto che alcune delle tecniche narrative usate da Pynchon sembrano dovere qualcosa alle lezioni di questo insegnante d’eccezione; si tratta di tecniche che privilegiano i giochi di parole, le allusioni, l’elusività, un gusto spiccato per la parodia e il grottesco nonché una passione speciale per la ricostruzione storica.
Proprio in merito a quest’ultimo punto, Nabokov amava ricordare come James Joyce scrisse il suo Ulisse tenendo sul proprio tavolo due testi fondamentali: una guida di Dublino e una copia del quotidiano Evening Telegraph di giovedì 16 giugno 1904. Secondo Nabokov tutto quello che c’è da sapere in fatto di spazio e tempo sul romanzo di Joyce lo si trova in questi due testi, il resto è letteratura. La stessa cosa la si potrebbe essere dire anche de L’arcobaleno della gravità di Pynchon. Per orientarsi nel labirinto monumentale di questo romanzo che si aggira intorno alle quattrocentomila parole e i quattrocento personaggi è infatti consigliabile procurarsi una mappa di Londra antecedente alla seconda guerra mondiale e le copie del Times dei giorni compresi tra il 18 e il 26 dicembre 1944.
Nonostante l’apparente caos che molti hanno interpretato quale prova dello stato di alterazione in cui l’autore scrisse l’opera, le varie trame e sottotrame della prima parte del libro sono meticolosamente intrecciate a un tessuto storico ricostruito fin nei dettagli più minimi. I film in programma nelle sale cinematografiche, le condizioni atmosferiche, le fasi lunari, le trasmissioni radiofoniche e molte altre cose consentono di verificare, pagina dopo pagina, non soltanto in quale giorno e luogo di Londra si svolge una determinata scena ma anche in quale ora. Nemmeno Joyce si era spinto tanto lontano.
Vi sono però almeno due differenze che mostrano quale abisso epocale separi l’età dell’oro avanguardista dalla condizione postmoderna. Joyce ricostruiva un mondo che ben conosceva. Il 16 giugno 1904, a Dublino lui c’era. Eccome se c’era — fu lì e allora che si avviò al suo primo appuntamento con l’amata Nora Bernacle — e se ricorse a una mappa e un quotidiano, fu perché in quello stesso anno dovette lasciare l’Irlanda per non tornarvi mai più. Pynchon racconta invece di un mondo a lui estraneo. Stiamo parliamo infatti di un americano nato nel 1937; tra lui e la Londra del 1944 c’erano un oceano di mezzo, senza contare poi che all’epoca in cui è ambientato il suo romanzo, egli era un bambino di sette anni.
Ciò potrebbe forse spiegare gli esagerati sforzi di documentazione, ma come si è detto c’è una seconda differenza. Joyce ci descrive un giorno come tanti altri. Un giorno pieno di cose estremamente verosimili. Perfino troppo, nella loro prosaicità. Stephen Dedalus, Leopold Bloom e sua moglie Molly sono personaggi inventati, ma non fanno cose fuori dell’ordinario; non si trovano presi nei gangli eccezionali di una Storia più grande di loro. Pynchon si serve invece di coordinate precise e reali per raccontarci vicende che trascendono la norma e alle quale è difficile credere. Questa seconda differenza più che spiegare la maniacale ossessione dell’autore per i dettagli solleva un quesito. Perché mai un’opera scritta all’insegna di un surrealismo sfrenato e allucinato dovrebbe essere supportata da una ricostruzione tanto precisa della realtà?
Per quanto incongruo possa apparire, il quesito può essere inteso come un modo di ritornare alla domanda iniziale: Perché il Natale? I conti aperti che Pynchon ha con la Storia e il Natale rientrano infatti in una stessa partita, una partita in cui è di importanza nient'affatto secondaria il fatto che la famiglia dello scrittore appartenga all’aristocrazia americana dei Padri Pellegrini. I Pynchon — così si racconta — furono tra coloro che arrivarono nel Nuovo Mondo a bordo del Mayflower. Se ciò risponda al vero non è dato sapere, ma la Storia ci parla di un antenato, tale William Pynchon, tesoriere della colonia di Massachusetts Bay e fondatore di Roxbury e Springfield. Questo stesso William fu inoltre autore di un trattato teologico, The Meritorious Pride of Our Redemption (1650), nel quale affermava che Cristo non morì sulla croce per liberarci dalle pene dell’Inferno. Era una visione antitetica al Calvinismo imperante di allora e un rifiuto di quella concezione puritana della religione — e conseguentemente della Storia — per cui soltanto gli eletti sarebbero destinati alla salvezza.
Thomas Pynchon ha ereditato questa visione di un’umanità divisa in due categorie: da una parte coloro che sono degni, dall’altra parte le pecore di seconda classe, la folla ben più estesa di esclusi e sottomessi, l’umanità anonima della cui sorte la Storia non tiene conto. Ed è proprio in questo che Pynchon individua il male della civiltà cristiana occidentale: un mondo dove il potere e il controllo del sistema si sono sostituiti tanto all’umano che al divino, la creazione di un’economia così perversa da essere in grado di «creare se stessa» e «fare a meno di Dio».
Il Natale, proprio in quanto festa fondante di una cristianità che in linea teorica promette salvezza senza distinzioni, diventa così il momento in cui questa civiltà si mostra in tutta la sua iniquità, il momento in cui gli esclusi avvertono in modo più netto la loro condizione: «Le persone che avrebbero dovuto essere a dormire in quelle case vuote (…) adesso staranno forse sognando città splendenti di luci, la sera, un Natale vissuto di nuovo come bambini e non come tante pecore vulnerabili».
Se Pynchon è interessato a una ricostruzione ordinata dei fatti così come la Storia e i suoi documenti li ricordano è solo per opporgli la versione umana delle vittime dimenticate; una versione che è surreale, allucinata e disordinata perché si cala nel buco nero di vite condannate all’oblio e che è possibile raccontare solo attraverso l’immaginazione. In modo analogo in cui, all’inizio del XIX secolo i luddisti tentarono di ribellarsi all’oppressione industriale distruggendo le macchine tessili, Pynchon si oppone al sistema razionale del capitalismo con una finzione narrativa che si beffe della Storia e del suo ordine disumano che porta inevitabilmente alla guerra e alla morte. La trama convenzionalmente intesa viene così elusa in quanto è proprio per mezzo di essa che il romanzo scimmiotta la Storia nella pretesa assurda di trovare un senso dominante nel flusso indistinto della vita.
Pur offrendo un centro apparente attorno al quale ruotare, L’arcobaleno della gravità si disperse in un dedalo di temi e vicende che vengono deliberatamente lasciati in sospeso. Nessuna delle tante trame del romanzo giunge a una vera soluzione: l’identità di colui che dovrebbe essere il protagonista, o quantomeno il suo surrogato, si dissolve prima delle pagine finali; i personaggi non trovano ciò che cercano, mancano di riconoscersi nei momenti topici e il loro bisogno di amore viene puntualmente mortificato. Nonostante il romanzo sia ambientato alla fine di un grande conflitto, ciò che ha la meglio su tutto è la guerra. Non c’è alcuna vera salvezza: lo spirito della guerra prosegue anche lontano dai campi di battaglia perché la sua vera natura è quel sistema per cui noi esseri umani «siamo fatti per il lavoro, il governo, l’austerità», il sistema per cui «queste cose hanno la precedenza sull’amore, sui sogni, sullo spirito, sui sensi e su tutte le altre banalità secondarie, tipiche delle ore oziose e spensierate».
È una visione del mondo non certo ottimistica. Il cupo paesaggio della Londra devastata da bombe che piovono dal cielo come stelle comete sembra uno schiaffo al Natale e alla possibilità di speranza e salvezza che questa festa annuncia. Ma il punto per Pynchon non è l’ottimismo e nemmeno la speranza; e che non sia prevista alcuna salvezza, egli lo chiarisce già in apertura di romanzo: «di qua non si va da nessuna parte, non ci si libera, anzi ci si aggroviglia sempre più». Il punto è la dignità dell’umanità vittima della Storia, di tutte quelle persone che tentano, di quegli individui senza nome che, seppur destinati a soccombere, si ribellano all’ordine della morte ritagliandosi tane di amore e libertà.
L’arcobaleno della gravità è disseminato di piccole storie, momenti toccanti che illuminano d’improvviso le pagine del romanzo. Sono effimere stelle cadenti che vengono invariabilmente dal flusso spietato di eventi che si accavallano e si annullano uno con l’altro. Al lettore danno la sensazione di incontri fortuiti; sono attimi di tenerezza che spesso durano lo spazio di poche pagine, a volte perfino di righe, ma proprio per questo appaiono più strazianti e fanno di Pynchon uno scrittore profondamente umano, tutto teso a rispondere all’entropia del mondo con l’empatia.
Uno di questi momenti è la storia d’amore tra Roger Mexico e Jessica Swanlake nei giorni dell’avvento del 1944. Il loro incontro viene descritto come un «cute meet» in stile hollywoodiano: Roger è alla guida di una Jaguar d’epoca avuta in prestito, Jessica è sul ciglio della strada alle prese con la sua bicicletta, una bomba razzo tedesca esplode in lontananza proprio mentre i due cominciano a flirtare. Il boato convince la ragazza a salire in macchina e arrendersi al suo corteggiatore. «Adesso sono in tuo potere» gli dice. Ma non è così che stanno le stanno cose, perché nella vita di Jessica c’è un altro, uno di quegli uomini che contano, uno di quelli in combutta con il potere. Quando la guerra sarà finita Jessica sceglierà lui, «prenderà gli ordini dal marito, diventerà una burocrate domestica, una socia giovane della loro società, e quando penserà a Roger, sempre che pensi ancora a lui, le sembrerà un errore, un errore che grazie al cielo non ha commesso».
In quel Natale di guerra, Roger e Jessica hanno però trovato una casa in una zona evacuata a sud di Londra. È un alloggio che i due innamorati hanno occupato illegalmente; è la loro tana d’amore nell’inferno della guerra e «tutte le volte che si incontrano lì, uno dei due si ricorda sempre di portare qualche fiore fresco». Roger sa bene che presto sarà dimenticato, che non ci sarà posto per lui nella pace futura, quando verranno restaurati «i riti razionalizzati del potere». La stessa cosa la sa Jessica, perché anche se fuori è notte e soffia il vento e lei muore dal freddo, quando talvolta lui le prende le mani per scaldarla, Jessica «continua a starsene lontana, tremante».
Questo succede perché «quando non sono a letto, quando parlano, quando camminano, l’amarezza, la cupezza di Roger scorrono più profonde, più intense della Guerra e dell’inverno.» La colpa di Roger è quella odiare l’Inghilterra e il «Sistema», di lamentarsi in continuazione e di ripetere che a guerra finita emigrerà. Jessica appartiene a un mondo che aspira alla normalità e Roger è un tipo troppo lunatico e ansioso per diventare uno di quei mariti che si accontentano di «una domenica sonnolenta da passare tra le foglie morte del giardinetto inaridito».
Nonostante ciò e malgrado la loro storia abbia i giorni contati e i loro incontri siano destinati a cessare il giorno stesso della vittoria alleata, perfino Jessica non riesce a rinunciare a quei momenti di amore, e nella follia delle loro notti clandestine «tutto quello che le riesce di fare è ripetere Roger, Roger, amore mio, con un esile filo di voce». Forse è perché si avvicina il Natale e anche se la guerra continua, «credere non costa nulla». Lui può diventare il Bambino appena nato e «nella notte magica della sua nascita gli animali parleranno e il cielo sarà di latte». O più semplicemente forse è solo perché «l’amore è una cosa sorprendente» e a volte bastano poche ore e ancor meno parole affinché il tempo si fermi e due persone si stringano nei loro corpi «quanto lo consentano i muscoli e le ossa».
Così, per quanto sia chiaro fin dall’inizio che la magia di questo amore non può che spezzarsi, i momenti rubati alla guerra e all’inverno rimangono comunque una sfida a sistema cinico e razionale che persegue la morte in nome di un ordine astratto. E se è vero che la tana del provvisorio amore tra Roger e Jessica ci viene descritta come «un posto marginale, misero, gelido», c’è un’altra cosa altrettanto vera. Una cosa che Pynchon spiega senza troppi giri di parole: «Sono innamorati. Vaffanculo alla guerra.»

© 2002 Tommaso Pincio

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sabato, 05 febbraio 2005

 

Thomas Pynchon  I

 

PYNCHON, THOMAS, V, Rizzoli, 1992
PIRSIG, ROBERT M., Lila, Adelphi, 1992
recensione di Carboni, G., L'Indice 1993, n. 2
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

 

Ha ragione Guido Almansi quando, nella prefazione, offre l'idea di assenza di "misura" come chiave per leggere "V". C'è una "smisuratezza" che è propria di ogni gesto letterario, anche il più piccolo, e che consiste nella pretesa di imbrigliare la vita e magari di farle concorrenza; e, com'è noto, ci sono autori che cavalcano questa ambizione smisurata lanciando il romanzo in una sfrenata corsa "enciclopedica" ad includere tutto: dal "Gargantua" di Rabelais al "Bouvard e Pécuchet" di Flaubert, per citare solo due esempi incontestabili. C'è poi forse una smisuratezza propria di certa letteratura americana, una domanda di "grandezza" - in tutti i sensi - e di "controllo della totalità" che a partire dall'Ottocento l'ha resa così affascinante per il lettore europeo. Un'ambizione smisurata, nutrita di una crudele 'earnestness': un bisogno quasi incontrollabile di onestà e di verità ultime, una mancanza di ironica leggerezza che si traduce essa stessa talvolta, nella più completa delle ironie. Un'ambizione preziosa che non ha nulla di ingenuo, se non l'origine essenziale dell'energia che la produce, e che forza lo stile spezzando violentemente le convenzioni dei generi, perfino oggi, quando le commistioni di genere e la violazione delle regole sembrano diventata la regola.
È questo tipo di assenza di misura che mi pare accomuni due romanzi così apparentemente opposti come "Lila" e "V" e che, indagata nelle specifiche differenze, può aiutare a capirne meglio il senso.
Thomas Pynchon è , negli Stati Uniti, quello che si definisce un 'cult writer'; un romanziere che, come è stato notato, sembra aver reso letterale la metafora critica della "morte dell'autore" attraverso la quale Roland Barthes, nel 1968, contribuiva a ridisegnare i rapporti tra soggetto ed espressione letteraria. È un autore che rinuncia ad ogni forma di autobiografismo, ad ogni forma di presenza autoriale che contribuisca a chiarire l'ordine ultimo della narrazione e del suo significato, un autore che scompare di fronte alla vitalità della scrittura e alla potenza della capacità interpretativa del lettore. È uno scrittore che ha deliberatamente cancellato ogni traccia di sé e che esiste solo in quanto scrive. C'è ormai una generazione di critici e di lettori che hanno dedicato i loro sforzi non solo a rintracciare l'origine e a delucidare il senso delle sue più oscure, o irrilevanti, allusioni a episodi storici, a fonti letterarie, a teorie scientifiche, ai prodotti più disparati della cultura di massa, ma letteralmente a cercare di rintracciarlo, di identificarlo, a scriverne una biografia. Ad un certo punto si è persino detto che egli fosse nient'altro che la reincarnazione letteraria di Salinger. È quasi certamente a lui che si ispira il recente romanzo di Don De Lillo ("Mao II", Leonardo, 1991) nell'assumere come protagonista uno scrittore, dice con tragica ironia De Lillo, la cui forza potrebbe stare proprio nel continuare a scrivere senza mai pubblicare. E la relativa debolezza del suo ultimo "Vineland" (1990), dopo diciassette anni di silenzio sembrerebbe quasi dargli ragione.
Lo merita Pynchon il rinnovato interesse che negli ultimi anni sta ricevendo in Francia, in Germania e ora anche da noi, attraverso la riproposizione di vecchie traduzioni ("L'incanto del lotto 49", Mondadori, 1988 dopo la prima, scomparsa, traduzione di Bompiani del 1969) e attraverso nuove traduzioni dei racconti ("Un lungo apprendistato", e/o, 1988) e ora di questo "V"? Direi di sì. Ci sono buone probabilità che il suo sofisticatissimo uso letterario della cultura di massa e della cultura scientifica, la sua tensione insieme apocalittica e simbolica, la sua smisuratezza nel voler "leggere" e "scrivere" tutta l'esperienza storica della modernità, e il suo serissimo senso dell'umorismo, o l'umorismo della sua serietà, lo impongano come il rappresentante più significativo della narrativa americana nel ventennio tra il 1960 e il 1980. E cioè di una stagione storica e letteraria che per tanti aspetti ci appare "chiusa", che sembrerebbe non aver più molto da dire se non ai cinquantenni in vena di inconfessabili nostalgie sessantottine. Ma sarà proprio Così?
"V" - che Natale traduce con mano felice nonostante le gravi difficoltà del testo - è il primo romanzo di Pynchon, pubblicato nel 1963. È uno sterminato romanzo picaresco il cui ancoraggio contemporaneo è la New York del 1955, vista letteralmente "di sotto in su", dalle fogne dentro alle quali uno dei protagonisti per vivere dà la caccia a coccodrilli albini. Si tratta di Benny Profane (Beniamino Profano, chi vuol esercitarsi ad una lettura simbolica dei nomi e degli eventi è il benvenuto, i primi a farlo sono Pynchon e i suoi personaggi, anche se forse è tutto uno scherzo). Benny è profano in senso letterale e in senso simbolico, è un personaggio "alla Kerouac", ma senza la dimensione letteraria ed esistenziale. È un attonito ex marinaio sradicato che letteralmente fluttua nella confusione dell'esperienza senza estrarne un senso o un insegnamento. È sempre "on the road", ma non va mai da nessuna parte, è letteralmente uno "yo-yo". Incidentalmente questo "andare su e giù" mette a nudo il senso vero dell'esperienza che Kerouac aveva descritto nel suo romanzo e già in uno straordinario racconto del 1960 - "Entropia" - Pynchon era riuscito con un colpo solo ad incorporare i due modelli prevalenti della narrativa del decennio precedente: il "'deracin‚' proletario" alla Kerouac e l'"intellettuale immerso nell'angoscia esistenziale" alla Salinger, e a liberarsene.
Se Benny è un vivere che non produce senso, la sua immagine speculare Stencil è la subordinazione della vita ad un folle tentativo di produrre senso. Tra loro due, sembra dire Pynchon con irridente cattiveria, ci sono io, e naturalmente tu "ipocrita lettore". È Stencil che allarga l'orizzonte storico e geografico del romanzo. Stencil è letteralmente una copia di suo padre, ne ha ereditato l'ossessione, letteralmente, per la lettera V. V è per lui l'indizio ricorrente di una grande trama che attraversa la storia è un personaggio e un disegno, l'ipotesi di un significato globale che sembra sempre delinearsi all'orizzonte ed è sempre sfuggente, e il cui valore è indifferentemente positivo e negativo. V è una lunga serie di donne nel cui nome l'iniziale ricorre, è un luogo geografico (Venezuela, Vesuvio, l'irraggiungibile, forse inesistente, Vheissu). V forse è il senso della nostra storia che fluttuando su un mare di orrori comporta una progressiva disumanizzazione, una progressiva contaminazione tra macchina e uomo, letterale e simbolica, che culmina nelle V2 hitleriane (protagoniste del successivo romanzo "Gravity's Rainbow") e nell'unione mistico-meccanico-sessuale tra uomo e missile che il prototipo sperimentale del missile nel romanzo richiederebbe. Per questo dalla New York del Natale 1955 (strano simbolo di rinascita in questo contesto) si arriva alla crisi di Suez del 1956, passando attraverso una rivolta di venezuelani e un tentativo di furto della "Nascita di Venere" del Botticelli nella Firenze di fine secolo, la repressione tedesca della rivolta negra in Africa nel 1904, la Parigi del 1913, il Sudafrica del 1922, l'assedio di Malta durante la seconda guerra mondiale, per arrivare ad un "epilogo" nella Malta del 1919. Ma cosa lega tutto questo a parte V, e il raccontare?
La critica ha spesso sostenuto che Pynchon, abbandonandosi ad una sorta di bisogno "ereditario" che gli verrebbe dai suoi (veri o presunti) antenati puritani, preferirebbe la certezza di un universo in cui si dispiega un disegno storico e divino negativo all'angoscia di un universo in cui non si manifesti alcun principio d'ordine. Ma è difficile esserne sicuri. Il consiglio al lettore è di affidarsi alla letteratura e di fidarsi della letteratura, di assumere un atteggiamento ludico. L'avventura qui è ben capace di portarci e le associazioni, i richiami, i ritorni di immagini, sono più che sufficienti a farci godere il gioco, e il brivido di angoscia, di un senso totale sempre emergente e sempre sfuggente, nel testo, e nella Storia che clownescamente ricostruisce, o meglio decostruisce.
Quello che è certo è che nel processo della scrittura e della narrazione, l'inesauribilità vitale ed episodica, l'avventura del picaresco è diventata il percorso simbolico di una ricerca intellettuale, esistenziale e perfino mistica. Ma naturalmente anche viceversa: la ricerca del Graal è diventata la confusione del picaresco, e il racconto - costruzione di senso o esibizione di insensatezza - diviene emblematico del potere della Letteratura, nonostante tutto, oppure solo del suo inevitabile degrado in un mondo dominato dalla comunicazione di massa, oppure ancora entrambe le cose.
Nel secondo capitolo di "Lila" Pedro, il protagonista, si china su delle scatole che contengono più di tremila schede: sono le note che ha raccolto attraverso gli anni per il libro che vuole scrivere. Alle sue spalle, in una delle cuccette della barca a vela che attraverso il fiume Hudson lo deve portare prima a New York e poi verso i Caraibi - per non "rimanere bloccato dai ghiacci invernali" - dorme Lila, una di quelle donne che, esistano o no, il cinema ci ha insegnato a riconoscere, di quelle che si possono raccogliere un po' ubriache in un bar e portarsi a letto. La valigia che si è portata dietro, passando dal proprietario di una barca al proprietario di un'altra barca, ha spinto le scatole in un angolo e minaccia di rovesciarne il contenuto sul pavimento, e quindi di perderne l'ordine. La letteratura, diversamente dalla filosofia e dalla storia, funziona anche così, attraverso situazioni ed immagini che "dicono già tutto".
Fedro è una vecchia conoscenza dei lettori di Pirsig (anche lui un 'cult writer', un "maestro di vita" invece che un autore invisibile), la fine de "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", pubblicato nel 1974 (Adelphi, 1981) lo aveva lasciato sulla costa del Pacifico dopo un viaggio che lo aveva portato a fare i conti con la propria follia, con l'emergente follia del figlio e con la "follia" della tradizione filosofica e culturale dell'Occidente. Qui lo ritroviamo, dopo oltre quindici anni di silenzio dell'autore di cui è una maschera dai forti connotati autobiografici, "guarito" di fronte all'impresa smisurata di fare in modo che da quelle tremila schede che attraverso filosofia, antropologia e psicologia, prenda forma il disegno di una completa "Metafisica della qualità". La sua impresa, per molti aspetti non è diversa da quella di Stencil: inseguire tutte le tracce affinché il "Senso" finalmente si dispieghi, la differenza radicale è nel metodo, negli esiti e nel "palcoscenico" su cui questa ricerca si sviluppa. Il metodo è quello della ricerca e della schedatura delle fonti, la creazione di una procedura sistematica perché l'ordine che le sottende si possa rivelare. Anche per Fedro la ricerca finisce per riguardare un segno, ma qui gli esiti sono positivi. Se per Stencil tutto partiva, ritornava e si dissolveva in V, per Fedro l'intera ricerca, culmina nei ritornare al morfema 'rt' del protoindoeuropeo, alla parola sanscrita 'Rta' "l'ordine cosmico il cui mantenimento era il fine di tutte le divinità" un ordine fisico che è anche un ordine morale. Il palcoscenico non più la caoticità del mondo e della storia, come in V, ma l'universo della cultura nelle sue espressioni più alte, e il suo agire nella mente del soggetto che lo valuta e vi ricerca una guida per l'esperienza.
Sono certo che filosofi e antropologi, psicologi e filologi troveranno molto da ridire sulla tenuta e il rigore, sulla serietà di questo "fare filosofia" piuttosto che farne la storia. Sono praticamente certo che avranno ragione. Dal mio punto di vista quello che conta è che questo è un "romanzo", che il fare filosofia si manifesta nella finzione del romanzo, forse perché solo questa finzione può tentare di tenere insieme la "mente" indagante di Fedro e il "corpo" sempre più senza parole di Lila, il dolore, l'isolamento e la follia "superata" di Fedro e quelli in cui vive e in cui si avvia a sprofondare Lila. Solo la finzione romanzesca può tentare di mettere insieme la "vittoria" dell'indagine intellettuale e la "sconfitta" dell'esperienza personale, metterle a confronto in modo che l'una illumini e insieme oscuri l'altra. La tensione fondamentale che anima questo libro è dunque quella tra "indagine" della mente e "ricordo" dell'esperienza, il suo contenuto essenziale è il fatto che l'una non può misurare l'altra e tuttavia lo deve continuamente fare, pena la perdita del senso, del valore dell'esperienza e della sanità mentale.
Il progetto intellettuale di Fedro è doppiamente fuor di misura: smisurato nell'ambizione di scrivere un'intera metafisica e inadeguato a rispondere all'incontro diretto con la concretezza della vita. Lila, questa donna di così poco valore, "ha qualità", ha/è quella qualità che le tremila schede cercano di definire. Fedro, come il suo nome platonico suggerisce, lo sa. Lo sa perché lo ricorda, perché il viso di Lila è il viso che ha visto tanti e tanti anni fa, e che non ha mai potuto dimenticare, e quel viso lo ha visto perché lo aveva dentro, da sempre, come un desiderio e un'aspirazione. Eppure questa "qualità" Fedro non può salvarla, forse perché la "qualità" non si usa o controlla ma, come la "virtù" di cui è sinonimo, si può solo esercitare, vivere, nutrire nella sua elusiva contraddittorietà.
È dunque ancora una volta il femminile che serve da misura ad ogni maschile smisuratezza in entrambi i romanzi, e ne segna, ne misura il limite, il che per molti aspetti rappresenta la più ostinatamente ricorrente delle banalità.
Uno dei problemi con cui la cultura di massa ci impone continuamente di confrontarci è quello della presenza di motivi archetipici dentro ai peggiori stereotipi e del valore di stereotipo di tanti motivi archetipici. Una delle difficoltà nel misurare libri come questi è deciderne il "valore": Letteratura o prodotto degradato dell'industria culturale di massa, Filosofia o "fai da te", "bignami" per salvarsi la vita e l'anima in dieci facili lezioni? Quello che è certo è che anche in questo essi giocano una smisuratezza "americana", sono entrambi libri "democratici" e "per le masse", anche e soprattutto per la loro fondamentale serietà e difficoltà, anche e soprattutto perché si fondano sulla sfida che sia possibile rendere la più seria delle problematiche circolante tra tutti, attraverso le forme della cultura degradata in cui si manifesta, per Pynchon, e attraverso un argomentare narrato che spieghi "tutto quello che è necessario" a tutti, o almeno ci provi, in Pirsig.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 03 febbraio 2005
Perché Thomas Pynchon piace tanto
(per le ragioni sbagliate)
 
di Leonardo Colombati
 
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Un saggio pubblicato su
“Nuovi Argomenti” n. 28, Questo non è un romanzo, ottobre-dicembre 2004
 
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Giorgio Manganelli compilò una serie di ragioni per cui al poeta possa perdonarsi la mancanza di chiarezza. Secondo una di queste, “uno scrittore può essere oscuro perché è affascinato, è chiamato da una sorta di complessità che solo attraverso l’oscurità è conseguibile”. Nel suo catalogo degli scrittori complessi, l’autore dell’Hilarotragoedia non mancò di inserire Joyce. Quando uscì l’Ulisse, Eliot sottolineò per primo che in quel libro l’innovazione risiedeva nell’utilizzo dell’epos per scardinare definitivamente il sistema difensivo del romanzo borghese ottocentesco. Chiunque abbia avuto la fortuna di giungere indenne al monologo conclusivo di Molly Bloom, riconosce a Joyce il merito di avere rappresentato al meglio il caos che ha governato il xx secolo. La singolarità del romanzo di Joyce sta nel fatto che egli avrebbe potuto inserirvi qualsiasi argomento: ciò che conta è il modo in cui egli ha forgiato la materia di cui disponeva. Nessuno “crede” a Joyce. Ma siamo disposti a concedergli il fatto che il suo libro sia rappresentativo.
Nel Trecento le cose non stavano così: la leggenda vuole che quando fu pubblicata la Commedia, Dante fosse mostrato a dito quale reduce da un viaggio all’Inferno. Caronte, Beatrice, le bolgie e i cieli erano fatti che in filosofia moderna si direbbero absolute e nel linguaggio scolastico sempliciter, e cioè assolutamente “tali”.
Nessuno scrittore, oggi, può contare su un tale credito. Già nell’Ottocento, i lettori di Goethe apprezzavano il Faust come un capolavoro del grottesco o, per dirla con Harold Bloom, come una “rappresentazione satirica cosmologica”.
Quando qualcuno si prova a mettere insieme una certa dose di informazioni per giungere ad un possibile modello del mondo, è considerato alla stregua di Bouvard e Pécuchet – e cioè di un imbecille – o, se gli va bene, dell’ennesimo John Barth, dell’ennesimo Thomas Pynchon – e dunque di un paranoico. O di un psotmoderno.
In una Postilla a Il nome della rosa, Umberto Eco, ragionando sul postmodernismo, ironizzava sulla sua continua retrodatazione, prevedendo che prima o poi si arriverà ad Omero (ma ci si potrebbe fermare ad Ovidio e al suo ritorno alla concezione alessandrina del mito come favola dotta. In nova fert animus mutatas dicere formas corpora avverte all’inizio delleMetamorfosi,).
Quasi vent’anni prima che Cioran parlasse di “post-storia” riferendosi alla nostra epoca, Cristina Campo scriveva:
 
L’arte d’oggi è in grandissima parte immaginazione, cioè contaminazione caotica di elementi e di piani. Tutto questo, naturalmente, si oppone alla giustizia (che infatti non interessa all’arte d’oggi). Se dunque l’attenzione è attesa, accettazione fervente, impavida, del reale, l’immaginazione è impazienza, fuga nell’arbitrario: eterno labirinto senza filo di Arianna. Per questo l’arte antica è sintetica, l’arte moderna analitica; un’arte in gran parte di pura scomposizione, come si conviene ad un tempo nutrito di terrore. Poiché la vera attenzione non conduce, come potrebbe sembrare, all’analisi, ma alla sintesi che la risolve, al simbolo e alla figura – in una parola, al destino.
 
A quel terrore, secondo Nietzsche, la modernità – apparentemente dominata dalla fede nella conoscenza – reagisce con la volontà di fuggire il dolore e la morte. Non basta invocare l’Aufkärung (o l’Enlightenment) e sperare nella ragione come lume che rischiari le tenebre: due guerre mondiali, Hitler, Stalin e l’atomica hanno disintegrato la fede nel progresso; la razionalità non ci fa liberi, bensì schiavi in una “gabbia d’acciaio” (Weber). L’illusione di Marx e di Freud di dotarci di uno schema interpretativo che metta in relazione e rappresenti tutte le cose, e quella di Zola di renderci impassibili pure di fronte alla morte, quasi che fosse normale pensare al mondo come ad un immenso assomoir, sono già ricerche di un tempo perduto.
La sintesi è una chimera. Resta l’analisi: ciò che è irrevocabilmente perduto in termini di verticalità e di profondità, si è guadagnato in orizzontalità. Lo scrittore che voglia rendere il caos non può che arrestarsi alla superficie delle cose, e catalogarne quante più possibile. Chi voglia tentare di tradurre i dati disponibili in fattori di un’operazione di calcolo, addiverrà ad un solo risultato: zero.
 
 
 
 
 
 
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Sono sicuro che un matematico riuscirebbe con un po’ di lavoro a tramutare nel suo linguaggio tutte le opere di Pynchon: il razzo V-2 meno il pene rabdomantico di Slothrop diviso l’IG Farben per la Yoyodine fratto Roger Mexico, farebbe zero. Tanto basterebbe a redimerlo dalla sua fama di scrittore postmoderno; ovvero, voglio provare a dare della letteratura postmoderna una definizione che rifugga dalle trite categorie dell’antistoricismo, del pop, e “cultura alta e cultura bassa” e via dicendo.
Thomas Ruggles Pynchon jr., nato a Glen Cove l’8 maggio 1937, autore di V. (1963), The Crying of Lot 49 (1966), Gravity’s Rainbow (1973), Vineland (1990), Mason & Dixon (1997) e di qualche racconto giovanile riunito nella raccolta Slow learner (1984), figura di culto della letteratura americana del Novecento, assurto a mito per non essere mai apparso in pubblico (l’unica sua immagine è una fotografia di quando era marine), è essenzialmente un “minore” nel pantheon degli scrittori. E lo è coscientemente.
Da Harold Bloom in giù, la gran parte dei critici letterari situano Gravity’s Rainbow al centro del canone letterario contemporaneo. È un giudizio di valore al tempo stesso giusto e sbagliato. Giusto perché, effettivamente, Gravity’s Rainbow è un gran libro. Di più, è un capolavoro. Sbagliato perché Gravity’s Rainbow giunge fuori tempo massimo. In molti l’hanno paragonato all’Ulysses. Ma laddove il romanzo di Joyce nel suo rendere il caos del mondo era preveggente, il libro di Pynchon si limita a raccogliere le macerie di quel mondo andato – da tempo – in frantumi.
Pynchon esordisce negli anni Sessanta con due romanzi ambientati negli anni Sessanta (V. e The Crying of Lot 49). Sono già presenti alcune delle sue cifre tipiche: il gusto per il pastiche, il tono apocalittico, lo stile debordante, lo humor nero. Sono due esperimenti più o meno riusciti che lasciano presagire un futuro capolavoro. Ad esso Pynchon dedica dieci anni della sua vita. Si sente chiamato a scrivere il tanto agognato gan (quella chimera chiamata Great American Novel che prima o poi rovinerà del tutto la letteratura americana). Sa, però, che la sua intelligenza è di tipo “orizzontale”. E invece, per scrivere “il” libro, bisogna autoimporsi – o meglio, possedere innata – una certa dose di stupidità. Non bisogna vergognarsi di far piangere la protagonista femminile mentre sussurra un “ti amo”, tanto per spiegarci. Bisogna, alla bisogna, saper essere patetici, romantici, didascalici, moralisti quando “il” libro pretende che tu scriva in modo patetico, romantico, didascalico, moralista. Pensate ai russi. Di quante pagine di Guerra e pace uno come Pynchon si vergognerebbe? Perché la vergogna a scrivere qualcosa significa niente più e niente meno che l’incapacità di scriverla. E Pynchon lo sa. Il corollario di tale impotenza creativa è che Pynchon non sa far vivere un personaggio: perché un personaggio che non sia (anche) patetico, romantico, didascalico, moralista, semplicemente non esiste.
Se è vero che Pynchon riconosce il fatto che la sua capacità è quella di spaziare su di un piano infinito ma non quella di andare dall’inferno alle stelle, ciò giustificherebbe il suo ricorso al bricolage.
È un discorso, questo, che sposta la mia analisi su Pynchon dalla percezione (per alcuni ultrapsichica) che ha il lettore della sua opera all’opera in fieri. E considerato che, ad esempio, Gravity’s Rainbow è un esempio tipico non solo di quelle che Franco Moretti definisce “opere-mondo”, ma anche di uno dei quei testi che sembrano non avere un autore (chi è lo Jahvista? chi è Omero? chi è Melville?), tale spostamento di prospettiva è foriero di conclusioni interessanti.
L’interpretazione della scrittura pynchoniana, ex post, batte, ad esempio, sull’assenza di personaggi “vivi” perché gli uomini sono solo ingranaggi di un meccanismo impazzito? Se immagino Pynchon alla scrivania lo trovo costretto dai suoi limiti. Le novecento incomprensibili pagine che gli si stanno affastellando accanto alla macchina da scrivere – Pynchon lo sa – non saranno come la mela di Newton, non riveleranno nient’altro che uno stato di fatto del mondo, perché il mondo è così come lui lo rappresenta ormai da decenni… E allora – ecco il vero postmodernismo – retrodata la sua analisi del caos fino a far coincidere la propria analisi con il momento in cui avrebbe dovuto essere fatta: la seconda guerra mondiale.
 
 
 
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In verità, il “caos” era iniziato ancora prima.
Di fronte al decadimento, sprofondato in un cumulo di macerie, il dottor Rönne, “un giovane medico che aveva fatto molta dissezione”, decise che avrebbe dovuto dissociare le sue sorti dalla realtà:
 
Cosa sono mai i cervelli? Da sempre avrei voluto volar via, come un uccello dalla forra; ora vivo fuori nel cristallo. Ma ora, vi prego, lasciatemi andare, torno a librarmi – ero così stanco – su ali è questo andare – con la mia azzurra spada di anemoni – nel crollo meridiano della luce – nelle macerie del Sud – nel disfarsi delle nubi – fronte polverizzata – tempia dissolta (Gottfried Benn, Cervelli).
 
Fu così che nel 1916, attraverso il suo alter ego, Benn tradusse l’antistoricismo nietzschiano nella ricerca ossessiva dell’autonomia dell’arte. “Smossi sfere segrete, e sprofondò l’individuale, e salì alla superficie uno stato primigenio, ebbro, ricco di immagini e di panico”, raccontò l’Accademico prussiano delle Arti per giustificare l’invenzione del dottore. E aggiunse: “Non mi ha mai abbandonato la trance che questa realtà non esista”. Un trance che altri chiamerebbe epilessia.
Lo scrittore che non voglia avvicinarsi “al castagno di maggio per inciderne il ramo con il coltello di corno fino a spremere umori dalla scorza e trarne il flauto cavo”, e perciò stesso credere di dirigersi, “forse, nel cosmo”, evita di accostare le proprie labbra allo strumento perché certo di poterne trarne nessun suono (un inno omerico racconta che un giorno il giovane Ermes, figlio di Zeus e Maia, catturò una tartaruga, l’uccise, ne prese a martellate il guscio staccandolo dal midollo e con alcune canne e budella di pecora costruì la prima lira, con cui cantò la storia d’amore dei suoi genitori e la sua stessa nascita. La morte, già prefigurata dall’etimologia di tartaruga, piomba sull’animale per far sì che si celebri l’amore: eros e tanatos sono già presenti, inscindibili, all’origine della poesia).
Messa da parte l’ambizione di poter ridurre l’universo ad una maestosa sinfonia, il romanziere contemporaneo s’accontenta di eseguire qualche onesto blues urbano o di giocarsi le proprie carte come disc-jockey.
Ecco palesarsi la distribuzione della letteratura contemporanea nei due triti filoni del minimalismo e del postmodernismo.
Quanto al primo, senza dover giungere al caustico giudizio che ne dà Roberto Cagliero nel suo Thomas Pynchon e le integrazioni segrete (minimalismo come infantilismo formale e cattiva sociologia), si può citare un’osservazione di John Barth: “Fra i grandi scrittori minimalisti, l’impoverimento è frutto di una scelta strategica: la semplificazione avviene nell’interesse della potenza espressiva. (…) Fra gli scrittori meno grandi, però, può essere semplicemente un ripiego”.
Sul genere postmoderno si continua ancor oggi ad insistere sull’idea di Lyotard di un fenomeno non tanto post cronologico quanto post tematico, in contrapposizione alla modernità intesa come volontà di costruire sistemi totalizzanti e come rilettura critica del determinismo scientifico; oppure si mette in risalto, da un punto di vista prettamente stilistico, gli intenti decostruzionisti, perseguiti con il montaggio di testi diversi, il citazionismo, il pastiche, le sfumature pop.
Ma il minimo comune denominatore, per gli scrittori postmoderni (a partire dal loro “vate”, Borges) è il crollo del Tempo. Di nuovo bisogna parlare di antistoricismo: se l’idea di progresso è negata, il caos del mondo comporta anche un nuovo modo di vedere il passato; la storia può essere percorsa in ogni sua direzione.
Il terrore che fece impazzire il dottor Rönne non fu dato soltanto da ciò che i suoi occhi videro nelle corsie degli ospedali da campo durante la prima guerra mondiale, ma pure dalla dissoluzione della fisica newtoniana ad opera di un giovane matematico ebreo. Nello stesso anno in cui Gottfried Benn pubblicò Cervelli, Einstein, nel suo Die Grundlagen der allgemeinen Relativitästtheorie, indicava come risultato essenziale della sua teoria l’avere con essa eliminato “l’ultimo residuo di oggettività fisica dello spazio e del tempo”.
 
 
 
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Torniamo a Pynchon. Da quell’epifana che lo colse al momento di iniziare Gravity’s Rainbow, derivò la decisione di retrodatare di trent’anni il plot, per far finta che la sua scrittura caotica fosse non solo rappresentativa (avrebbe potuto esserlo, e lo fu, anche negli anni Settanta) ma preveggente. Da quel romanzo in poi, Pynchon non ha fatto più ritorno alla contemporaneità se non con il suo libro più brutto, Vineland (e anche lì, i ritorni agli anni Sessanta sono massicci). Addirittura, con l’ultimo Mason & Dixon è andato indietro fino al Settecento.
In quest’ottica è interessante notare che uno dei rari saggi pubblicati da Pynchon, parli dei cosiddetti “neoluddisti” (Is it O.K. to be a Luddite?, “New York Times Book Review”, 28 ottobre 1984). In omaggio a quel Ned Ludd che nel 1779 diede il via al sabotaggio della produzione meccanizzata nell’opificio in cui lavorava facendo a pezzi un telaio, trent’anni dopo i lavoratori inglesi declassati e resi in miseria che diedero vita ad accesi episodi di terrorismo economico furono chiamati “luddisti”. Oggigiorno, si dicono “neo-luddisti” coloro che vivono nel rifiuto delle nuove tecnologie (computer, internet, telefoni cellulari). Nel suo divertente saggio Pynchon ricorda come in The Two Cultures and the Scientific Revolution, C.P. Snow asseriva che se la cultura occidentale può dividersi in umanistica e scientifica, senza quest’ultima gli intellettuali non avrebbero mai provato o voluto comprendere la Rivoluzione Industriale. “Natural Luddites”, perciò, sarebbero per C.P. Snow gli intellettuali di stampo umanistico.
Replica Pynchon:
 
Ad eccezione, forse, di Brainy Smurf, è difficile immaginare qualcuno a cui al giorno d’oggi farebbe piacere essere etichettato come un “intellettuale di stampo umanistico”, anche se non suonerebbe poi così male se si potesse, per esempio, modificare tale etichetta con un “persona che legge e che pensa”. Ma essere chiamato luddista è un’altra faccenda. Sorgono all’istante alcuni interrogativi, tipo: la predisposizione a diventare un luddista è qualcosa che ha a che fare con il leggere e il pensare?
 
Ciò che preme a Pynchon è analizzare il difficile rapporto tra l’uomo e la macchina a partire dall’era della rivoluzione industriale, quando crebbe il risentimento nei confronti “della concentrazione di capitale che ciascuna di quelle macchine rappresentava” (e quindi nei confronti del padrone), ma anche nei confronti “dell’abilità con cui quelle macchine riuscivano a togliere lavoro ad un certo numero di persone e a “valere” quanto un’anima umana”.
Certo, è ameno il fatto che questa compartecipazione al sentimento antitecnologico venga da un uomo che per qualche anno ha lavorato alla Boeing come ingegnere addetto al reparto missilistico. Ma degli autori postmoderni non è scorretto dire che, in diverse gradazioni, essi siano tutti dei luddisti. “Se il nostro mondo sopravvivrà” scrive ancora Pynchon, sarà divertente osservare cosa succederà “quando le curve della ricerca e dello sviluppo sull’intelligenza artificiale, sulla biologia molecolare e sulla robotica convergeranno”. E qui, il nostro, si lascia scappare la più tipica delle interiezioni americane: “Oboy!”.
Quando nel Settecento la cartografia permise di circoscrivere finalmente la Terra entro i limiti di una mappa, relegando per sempre nel regno della fantasy l’Isola dei Beati, Atlantide e Lemuria, la filosofia tentò la stessa operazione con il tempo, postulandolo “assoluto”, sempre puntato verso il futuro e mai oltre ad esso in un tempo in cui fosse Dio a governare sugli uomini.
Molto tempo prima che Einstein demolisse tali velleità, e cioè proprio quando queste ultime venivano considerate come verità – potremmo essere, ad esempio, nel 1781 – gli abitanti di Konigsberg regolavano gli orologi al passaggio di uno strano professore impegnato nella sua quotidiana passeggiata. Il suo nome era Immanuel Kant e undici anni prima, cinquantaseienne, aveva finalmente ottenuto la cattedra di logica e metafisica all’università del suo paese. A quell’epoca il professore aveva già scritto un’opera in cui teorizzava la nascita dell’universo da una nebulosa primitiva, aveva cercato di dimostrare l’esistenza di Dio con un unico argomento possibile, aveva dissertato ampiamente di morale e teologia e, nel 1766, aveva pubblicato Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica, in polemica con i “mondi immaginari” costruiti dai metafisici. Ma quando aveva soltanto trentaquattro anni, nei Neuen Lehrbegriff der Bewegung und der Ruhe era andato molto vicino ad afferrare un concetto rivoluzionario, affermando il principio della relatività di ogni movimento:
 
Comincio ora a intendere che nell’espressione di moto e di quiete mi manca qualcosa (…). Non devo mai dire che un corpo è in quiete, senza aggiungere riguardo a quali cose, e neppure affermare mai che esso si muova, senza dire, allo stesso tempo, gli oggetti riguardo ai quali esso muta relazione.
 
Peccato che nel 1763 egli fece marcia indietro, concordando con Euler sul fatto che lo spazio e il tempo fossero newtonianamente assoluti. Quando poi si trattò di dimostrare l’esistenza di questo spazio assoluto, Kant fu costretto a spostare il problema sul terreno della filosofia trascendentale.
Quello fu il momento in cui la filosofia e la fisica si divisero per sempre.
All’indomani della divulgazione della teoria della relatività da parte di Einstein, si creò una frattura per cui quella era intesa come una dottrina dello spazio empirico e del tempo empirico, mentre in filosofia poteva continuarsi a postulare l’esistenza di un tempo e di uno spazio “puri”. “La filosofia trascendentale (…) non ha a che fare immediatamente con la realtà dello spazio e del tempo (…) ma si interroga sul significato oggettivo di entrambi i concetti per la struttura complessiva della nostra conoscenza empirica. Essa non tratta più spazio e tempo come “cose”, ma come “fonti di conoscenza”” (Cassirer).
Che il citazionismo imputato alla letteratura contemporanea non derivi che dall’obbligo di muoversi liberamente sulla scacchiera della storia, lo ha determinato, paradossalmente, quella stessa scienza che la letteratura nega, piega, utilizza come fosse un nuovo mito, o una superstizione. Lo “scrittore neoluddista” è uno scienziato che si fa beffe della scienza, è uno storico che si fa beffe del tempo, perché la scienza e la storia sono beffarde in sé. Se vuole rappresentare il mondo, il narratore del xx e del xxi secolo non deve mai indulgere alla filosofia. E perciò stesso è destinato ad essere un ciarlatano.
Tutto ciò Pynchon dimostra di averlo capito benissimo.
 
 
 
 
 
 
 
 
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Un’ultima annotazione. È destino degli epigoni della Garbo quello di non invecchiare mai nell’immaginazione del pubblico. Eppure l’irriverente Pynch, il compagno d’università di Richard Fariña, l’uomo che scrisse Gravity’s Rainbow a due passi da Manahattan Beach, in California, sotto l’effetto degli allucinogeni e dei rimasugli della Gioventù Bellissima e dei Free Speech Movements, ha oggi sessantasette anni. Quando ne aveva una trentina ed era convinto di essere chiamato a scrivere il Great American Novel senza averne tutto il talento, poteva farsi beffe del protagonista del suo libro (del suo “non-personaggio”) scrivendo:
 
“Be’, vogliate scusarmi, ma adesso devo andare a vomitare”, la classica risposta arguta a cui ricorrono i peggiori studenti della scuola di belle maniere, come il qui presente Tyrone il Sensibile, quando vogliono togliersi d’impiccio.
 
A sessant’anni, invece, dovendo congedarsi dal vecchio cartografo Charles Mason, il ciglio gli si inumidisce un poco:
 
Parlare degli ultimi sette anni, tra la morte di Dixon e quella di Mason, e azzardar delle ipotesi, con incerto profitto. I necrologi parlano d’un lungo declino, “soffrendo per anni molti, melanconia e aberrazioni della mente”. La sua malattia alla fine non fu mai appurata. Nondimeno, è possibile, quaggiù morire di Melanconia. (…) Mason lotta per rimanere sveglio. Si alza, va alla Porta, ed esce da una comune Casa Moderna in una delle più brutte città della Terra per trovare, che ascende innanzi a lui, un solo, scuro, grande Petroglifo: una Collina circondata dalla Città, sulla quale giacciono quasi intatte le vestigia di una Città tardo romana o proto-Italiana con templi ed edifici pubblici, di color bigio e bruno, pioppi di Lombardia d’un Verde molto cupo… Su uno dei Resti è scritto qualcosa, ma Mason non può leggerlo. Non sa ancora che si tratta di scrittura. Forse quando sarà scesa la Notte, potrà alzare lo sguardo, e interrogare il Cielo.
 
Forse, nel suo prossimo romanzo (che alcuni dicono giri intorno alla figura di una matematica nella Germania nazista), il settantenne Pynchon ci delizierà con una sorpresa: il “romanticismo”.
 
 
 
 
 
Postfazione
 
 
Quando nell’ottobre 2004 “Nuovi Argomenti” pubblicò questo mio saggio su Pynchon, i commenti più favorevoli furono di condiscendenza; tirate le somme, si può dire che quelle pagine non piacquero a nessuno. Alcuni se ne sentirono addirittura offesi.
Cosa dicevo di così scandaloso? Che Pynchon è essenzialmente un “minore” nel pantheon degli scrittori. Con ciò non volevo stabilire che l’autore di Gravity’s Rainbow sia inferiore a William Faulkner, a Vladimir Nabokov, a Saul Bellow, a Don De Lillo o a Philip Roth. Il pantheon cui accennavo ospita, ad esempio, Shakespeare, Cervantes, Tolstoi e Dostoevskij.
Non sono d’accordo con chi liquida Pynchon come un mediocre parodista della satira menippea[1]. Ma detesto due attitudini tipiche del lettore pynchoniano: quella di accostarsi ai suoi libri come se fossero opere sapienzali o il Pentateuco del ventesimo secolo; e quella di volerlo iscrivere a tutti i costi al club del postmodernismo, assumendo che solo questo “genere”, inteso alla Lyotard, abbia le chiavi per accedere alla comprensione del caos del mondo contemporaneo.
John Brenkman ha stabilito che “gli eroi solipsistici di Pynchon sono alla vana ricerca di un significato in un mondo dove l’ordine paranoico e la cospirazione globale rendono inconcepibile la ricerca dell’eroe realista e la ricchezza interiore del modernismo. La narrazione oscilla tra la paranoia dell’eroe e la cospirazione del sistema, sino al finale comico-apocalittico”. E chiosa: “La paranoia è il classico esempio di schema intellettuale che esclude tutti gli altri; ma da sola non basta a offrire una diagnosi della società americana”.
Ecco: io contro giudizi del genere ho provato a combattere. Prescindendo dal fatto che considerare Gravity’s Rainbow un romanzo sulla paranoia di Slothrop è come dire che La montagna è incantata parla dei problemi respiratori di Castorp, ciò che è più scorretto è presumere che Pynchon abbia voluto operare una diagnosi della società americana. Quel gran genio di Harold Bloom, nella Conclusione elegiaca de Il canone occidentale così si faceva beffe di certa critica letteraria:
 
Io sono un vero critico marxista, seguace di Groucho più che di Karl e assumo a mio motto la grande battuta di Groucho: “Qualsiasi cosa, io sono contro!”. Io sono stato contro, volta a volta, il neocriticismo neocristiano di T.S. Eliot e dei suoi seguaci accademici; il deconstruttivismo di Paul de Man e dei suoi cloni; le attuali smanie della nuova sinistra e della vecchia destra nei confronti di supposte ingiustizie, e di ancora più dubbi etici, del Canone letterario. (…) Non c’è presso socioeconomico che abbia aggiunto John Ashbery e James Merrill o Thomas Pynchon alla vaga, inesistente e tuttavia sempre cogente nozione di un canone americano ancora di là da venire. (…) La ragione precisa perché studiosi di letteratura si siano trasformati in politologi dilettanti, in sociologi malinformati, in antropologi incompetenti, in mediocri filosofi e in storici culturali iperdeterminati, pur essendo cosa che lascia perplessi, non è al di là di ogni ipotesi. Costoro nutrono risentimento nei confronti della letteratura, o ne provano vergogna, o semplicemente non sono affatto amanti della letteratura. Leggere una poesia o un romanzo o una tragedia di Shakespeare è per essi un esercizio di contestualizzazione, non però in un senso semplicemente ragionevole, consistente nell’individuare adeguati sfondi. Ai contesti, comunque scelti, vengono attribuiti forza e valore maggiori che al poema di Milton, al romanzo di Disckens o al Macbeth. Non sapre dire esattamente per che cosa stia o sostituisca la metafora di “energie sociali” ma, al pari delle pulsioni freudiane, siffatte energie non sono in grado di scrivere, leggere o fare qualsiasi altra cosa. La libido è un mito, e lo sono le “energie sociali”. Shakespeare, scandalosamente facilone, era una persona in carne e ossa che escogitò di scrivere Amleto e Re Lear.
 
Nonostante il personaggio faccia di tutto per preservare l’aura di mito e di mistero che lo circonda, ho voluto ricondurre Thomas Pynchon al suo vero gruppo di appartenenza: quello del genere umano. “È un discorso, questo,” scrivevo, “che sposta la mia analisi su Pynchon dalla percezione (per alcuni ultrapsichica) che ha il lettore della sua opera all’opera in fieri. E considerato che, ad esempio, Gravity’s Rainbow è un esempio tipico non solo di quelle che Franco Moretti definisce “opere-mondo”, ma anche di uno dei quei testi che sembrano non avere un autore (chi è lo Jahvista? chi è Omero? chi è Melville?), tale spostamento di prospettiva è foriero di conclusioni interessanti”. Così, ho provato ad immaginarmi Pynchon alla scrivania, mentre scrive Gravity’s Rainbow – che non è una “diagnosi” sui disturbi della personalità del protagonista né un saggio sui progressi tecnologici[2], bensì il capolavoro di Thomas Ruggles Pynchon jr., “lo scrittore in prosa di invenzioni epiche” (per dirla sempre con Bloom).
 
Roma, 3 gennaio 2005
 
 
 
 


[1] Nel suo Sull’innovazione. Romanzo, modernità, nichilismo (ne Il Romanzo, Storia e geografia, iv, Einaudi 2002), John Brenkman scrive che “L’incanto del Lotto 49 e L’arcobaleno della gravità costituiscono due esempi di satira menippea, genere che, come Bachtin e Northrop Frye hanno dimostrato, ha accompagnato le maggiori linee di sviluppo del romanzo almeno a partire da Garagntua e Pantagruele e dal Tristam Shandy. Thomas Pynchon fa della satira menippea: della mediocre satira menippea”.
[2] Secondo Hursula Heise (L’arcobaleno della gravità, Thomas Pynchon 1973, in Il Romanzo, cit.) “con la sua esplorazione del “post-umano” – ovvero di come la tecnologia sta ri-formando le identità individuali e collettive – L’arcobaleno della gravità ha conservato tutto il suo interesse per un’epoca di rapido sviluppo tecnico e scientifico come la nostra”.

 

postato da: Oedipa alle ore 17:33 | Permalink | commenti
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martedì, 01 febbraio 2005

 

What the Fuck: The Avant-Porn Anthology

avantporn2.jpgavantporn1.jpgChe cosa sia l'Avant-Porn, evidente calco deviante dall'AvantPop letterario, è arduo da definire. Proviamo a circoscrivere questa page che da qualche anno sta colonizzando design, fotografia, narrativa, filosofia e arte performatoria. Si tratta di un'estetica dai contorni più fumosi che sfumati: di qui, immense difficoltà e generalismi che sfiorano l'idiozia. Diciamo che, più che un'estetica, l'Avant-Porn è una sintesi di differenti estetiche: si va dal rétro liberty al lounge 50-60 fino al postmoderno e ovviamente all'avantpop, shakerati con vertiginosa e ipnotica furia, per fare compiere all'arte una svolta che tenga conto dei risultati degli studi di genere, della semiotica ottantina, del movimento di liberazione delle sessualità extravanilla, dal sadomaso al fetish. Il tutto, come è immaginabile, con una profonda attenzione rivolta al porno quale strumento di controllo mentale, momento emancipatorio della personalità individuale e collettiva, strumento di comunicazione sensoriale e ultrasensoriale. Di questo vasto coacervo estetico, What the Fuck: The Avant-Porn Anthology, l'antologia curata da Michael Hemmingson e prefata dal teorico dell'AvantPop Larry McCaffrey, è la bibbia assoluta, la mappa totale - e un eccezionale caleidoscopio narrativo.

Il libro, edito tre anni fa dalla solita accolita di geni di Soft Skull, è una bomba. Alcuni racconti dell'antologia sono davvero memorabili. Per esempio JFK2 di m.i. blue, dove si parla di un'erezione del cervello del presidente americano assassinato, che tenta di penetrare nella tomba di Marilyn Monroe. O Scratch di Nikki Dillon, che narra di come si scriva la biografia di Satana, si finisca a letto con lui e se ne venga puniti. O anche Without Pain, Without Death a firma Jasmine Sailing, variazione barocca su morte, piacere, purezza, dolore e fuoco. Una spanna su tutti i racconti, Our Hero Awakens di Robert Coover, il cui protagonista compie una sorta di percorso controiniziatico che lo trascina da un harem mattutino a una situazione da Cosmopolis di DeLillo.
What the Fuck: The Avant-Porn Anthology non è soltanto un libro sul sesso, sulla vita speziata e sui pruriti che dovrebbero libidicamente recuperare la pelosità alienata delle vite borghesi occidentali. Tutt'altro. E' una sorta di atlante della psicologia di un'umanità che sta ponendosi domande fondamentali sulla potenza obnubilante del desiderio e sullo statuto reale di una liberazione integrale, in una transizione storica che non permette mobilitazioni collettive secondo le tradizioni di massa del Novecento. E' questo un tratto tipico dell'AvantPop: l'attraversamento del contemporaneo al di là dei rifiuti preventivi, lo scavo del condizionamento alla ricerca del graal della liberazione presente, attuale, concreta, alla portata di tutti. L'estetica Avant-Porn precisa proprio lo statuto dell'oggetto estetico: mette in evidenza l'estetico a scapito dell'oggetto. Lo psicologismo che l'antologia curata da Hemmingson mette in crisi è proprio quello riduttivista e biologista che si sta preparando allo scontro fatale con la creatività umana, che da Dick a Ballard allo stesso McCaffrey (i numi tutelari di Hemmingson) si sta via via definendo quale cifra del nostro presente in divenire.

www.carmillaonline.com - Articolo pubblicato 2 Luglio 2003

postato da: Oedipa alle ore 16:00 | Permalink | commenti
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