domenica, 13 marzo 2005

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Arrivederci e grazie!

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sabato, 05 marzo 2005

Mason & Dixon

Castle Lepton 

Lord e Lady Lepton


Un leptone (dal greco λεπτοσ, [sottile, leggero; la forma neutra λεπτον, sostantivata, significa 'spicciolo']) è una particella subatomica che (ad oggi) si ritiene sia puntiforme e non composta da quark, quindi fondamentale. I leptoni sono suddivisi in tre famiglie: gli elettroni, i muoni, le particelle tau, e i loro rispettivi neutrini.

elettrone e e neutrino νe
muone μ e neutrino νμ
tauone τ e neutrino ντ
Tutti i leptoni conosciuti hanno carica negativa o neutra. Ci sono sei tipi di leptoni: tre con carica negativa e tre con carica neutra.

L'elettrone, il muone e il tau si differenziano per la loro massa. In tal senso, una delle sfide più importanti della fisica moderna riguarda proprio la ricerca del motivo di questa differenza in massa. Il modello standard prevede l'esistenza di una particella molto massiva - il bosone di Higgs - che determinerebbe, a seconda dell'interazione con i leptoni, la loro massa. È in costruzione al CERN di Ginevra una collisore (LHC) che si spera permetterà di osservare, seppure indirettamente, il bosone di Higgs.

Se i neutrini abbiano massa è una domanda a cui ancora non si è data una risposta.

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martedì, 01 marzo 2005
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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Kovalevskaya: la matematica come immaginazione.


I fogli di un vecchio testo di analisi che tappezzavano le pareti della sua stanza, nella casa di campagna, furono per Sof'ja Kovalevskaya il primo incontro con la matematica. Aveva soltanto sei anni, ma la piccola Sof'ja era affascinata dai segni misteriosi di quelle pagine, diventate casualmente tappezzeria, e cercava di dare un significato a frasi e formule per lei incomprensibili.
Racconta:
Passavo ore di fronte a quella parete. Non riuscivo naturalmente a trovare il significato di quelle frasi, ma esse agivano sulla mia immaginazione portandomi a una venerazione per la matematica che vedevo come una scienza misteriosa ed esaltante che apriva ai suoi adepti un nuovo mondo di meraviglie, inaccessibile ai comuni mortali.
Sof'ja Vasilyevna Kovalevskaya, considerata la prima grande matematica moderna, era nata a Mosca nel 1850 ed era figlia di Vasily Korvin - Krukovsky, un generale d'artiglieria, e di Velizaveta Shubert, le cui famiglie appartenevano alla nobiltà russa. Le vicende della sua vita provano come intolleranza e pregiudizi, cent'anni fa, rendessero quasi impossibile per una donna, intraprendere la carriera scientifica.
Sof'ja, dopo aver ricevuto la sua prima educazione da una rigida istitutrice inglese, seguì i corsi di matematica tenuti da un professore dell'Accademia Navale di Pietroburgo, il quale riconobbe immediatamente il suo grande talento. Il padre però, poco soddisfatto della vocazione scientifica della figlia, oppose un secco rifiuto alla richiesta di Sof'ja di potersi recare in Germania, per completare la sua preparazione.
In Russia era il momento del nichilismo (il romanzo di Ivan Turgheniev, Padri e figli, è del 1862) e Sof'ja, con la sorella Aniuta, era impegnata in prima linea nella battaglia per l'emancipazione della donna. Scriverà più tardi:
Incomincio a capire perché gli uomini apprezzano tanto le brave, utili casalinghe. Se fossi un uomo, anch'io mi sceglierei una bella piccola mogliettina che mi potrebbe liberare da tanti lavori.
Molte ragazze russe avevano trovato il modo di sottrarsi all'autorità paterna con un matrimonio di convenienza, ed anche Sof'ja, all'età di diciotto anni, senza il consenso della famiglia, sposò un giovane paleontologo, Vladimir Kovalevski. In questo modo riuscì a lasciare la campagna e ad iscriversi all'Università di Heidelbergh, una delle poche aperte anche alle donne, dove incominciò ad approfondire i temi dell'analisi moderna sotto la guida di Leo Konisberg. Contemporaneamente seguiva i corsi di fisica dei celebri Kirchoff e Helmholtz, arrivando in tal modo ad apprezzare le possibili applicazioni della matematica.
Ma il grande desiderio di Sof'ja era di poter frequentare l'Università di Berlino, in quel tempo ancora chiusa alle donne, e assistere alle lezioni di Karl Weierstrass, considerato il padre dell'analisi moderna, la cui fama come matematico, ma soprattutto come insegnante, attirava a Berlino, da tutta Europa, molti giovani e brillanti matematici. Sof'ja riuscì ad incontrare Weierstrass il quale rimase colpito dalla preparazione della giovane russa e chiese al Consiglio universitario l'autorizzazione ad ammetterla alle sue lezioni, autorizzazione che gli fu negata.
Weierstrass decise allora che l'avrebbe seguito privatamente e in questo modo, avendo a disposizione, per più di quattro anni l'insegnante migliore, Sof'ja raggiunse in breve tempo notevoli risultati. Ma nonostante l'indiscutibile valore dei lavori che andava pubblicando e gli interventi di Weierstrass in favore della sua allieva favorita, nessuna università europea sembrava disposta ad offrire una cattedra di matematica ad una donna. L'unica possibilità che le si offriva era l'insegnamento dell'aritmetica nelle scuole elementari russe, ma come osservava ironicamente Sof'ja, "sfortunatamente ero molto debole nelle tabelline". Solo nel 1888, dopo aver vinto il premio Bordin, un prestigioso riconoscimento dell'Accademia delle Scienze di Francia, con un celebre lavoro Sulla rotazione di un corpo solido intorno a un punto fisso, riuscì, grazie all'intervento di Mittag - Leffler, uno dei migliori allievi di Weiestrass, ad occupare la cattedra di Analisi Superiore dell'Università di Stoccolma dove venne accolta con grande simpatia. Scriveva un giornale svedese dell'epoca:
Oggi non annunciamo l'arrivo di un volgare e insignificante principe di sangue nobile. No, la Principessa della Scienza, Madam Kovalevski onora la nostra città con il suo arrivo. E' la prima donna in Svezia che entra come docente universitaria.

Ma riportiamo anche il giudizio ingeneroso di August Strindberg, il celebre poeta svedese, il quale scrisse:

Sof'ja Kovalevski dimostra, in modo lampante, come due più due fa quattro, che una donna docente di matematica è una mostruosità, e come essa sia inutile, dannosa e fuori luogo.

A quel punto incominciarono anche ad arrivare quei riconoscimenti che Sof'ja aveva atteso per tanti anni, come l'invito a far parte dell'Accademia delle Scienze di Russia.
I suoi impegni scientifici l'avevano portata a trascurare la famiglia e la sua vita sentimentale. Il suo matrimonio fu un fallimento che neanche la nascita di una figlia, che chiamò con il suo stesso nome, Sof'ia, ma che tutti chiamavano "Foufie", riuscì a salvare. Sof'ja viveva costantemente lontano dal marito e questi, in seguito ad una serie di disavventure finanziarie, finì per suicidarsi, un suicidio che la turbò profondamente e la portò ad una profonda crisi depressiva. A peggiorare il suo stato d'animo contribuiva anche il clima e l'ambiente di un paese, la Svezia, che non riuscì mai ad amare, nonostante fosse stato l'unico ad aprirle le porte dell'insegnamento universitario. Scriveva a un'amica:
Questo sole eterno, queste lunghe notti chiare troppo in anticipo sul calore dell'estate, sono snervanti; sono notti che promettono una felicità che non sanno dare.

Per reazione si dedicò completamente ai suoi studi matematici:

Nei momenti più tristi mi aggrappo alla matematica, è bello poter pensare che esista un mondo del tutto separato dal nostro "io" e sento la necessità di pensare ad argomenti indipendenti da qualsiasi implicazione individuale.
Anche la sua salute incominciò a peggiorare. Le complicazioni di una banale influenza trascurata, le furono fatali e Sof'ja Kowalewskaya morì, il 10 febbraio 1891, all'età di quarantun anni.
I suoi lavori la collocano tra i grandi matematici del secolo scorso. Si occupò principalmente di analisi e un suo teorema, relativo alle equazioni differenziali, è ben noto agli studenti di matematica. Fra i suoi lavori ricordiamo inoltre una ricerca sulla propagazione della luce in un mezzo cristallino e uno studio sugli anelli di Saturno.
Il lettore non matematico faticherebbe non poco nel cercare di capire il significato dei suoi lavori scientifici e sicuramente apprezzerebbe maggiormente il suo lavoro di scrittrice al quale si dedicò con altrettanta passione. I titoli di alcune delle sue opere sono indicativi dei suoi interessi: Il lettore universitario, Il nichilista, La donna nichilista.
In collaborazione con una sua cara amica e biografa, la sorella di Mittag Leffler, Anne Charlotte, moglie di un nobilotto napoletano con la passione per la matematica, il Duca di Cajanello, scrisse anche un dramma, La lotta per la felicità', che ebbe all'epoca un discreto successo.
Un'opera almeno, i suoi autobiografici Ricordi d'infanzia, che non ci risulta sia mai stata tradotta in italiano, meriterebbe miglior fortuna. Si tratta di un vivace e realistico quadro della vita in una dimora di campagna, nella Russia dell'Ottocento. E' molto bella la descrizione del suo amore di tredicenne per il grande Dostoevskij, amico di famiglia, e il racconto attento e minuzioso dei difficili rapporti fra padroni e servitù. Ricorda proprio certe pagine di Dostoevskij la sua descrizione di un delitto, la zia massacrata dai servi, esasperati dalla sua tirannia, o il ricordo di una giovane cameriera ingiustamente frustata e licenziata per un furto che in realtà non aveva commesso.
Peccato che la morte prematura abbia interrotto bruscamente non solo il suo lavoro scientifico, ma anche quello che poteva essere forse altrettanto importante di scrittrice. A una amica che si sorprendeva nel constatare quanto fosse brava sia come scrittrice che matematica, rispose:

"Chi non ha mai avuto occasione di approfondire la conoscenza della matematica, la confonde con l'aritmetica e la considera un'arida scienza. In realtà è una scienza che richiede molta immaginazione. Uno dei più grandi matematici del nostro secolo osserva giustamente che è impossibile essere matematico senza avere l'animo del poeta. E' necessario rinunciare all'antico pregiudizio secondo il quale il poeta deve inventare qualcosa che non esiste, che immaginazione e invenzione sono la stessa cosa. A me pare che il poeta deve soltanto percepire qualcosa che gli altri non percepiscono, vedere più lontano degli altri. E il matematico deve fare la stessa cosa". 



 

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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Memorie d'infanzia
di Sofya Kovalevskaya

Pubblicate per la prima volta in Svezia nel 1889, queste memorie ottennero un immediato successo. In seguito apparvero in molteplici edizioni, tra cui quelle russa, francese, danese, tedesca, inglese ed americana. Il racconto ripercorre l’adolescenza e l’infanzia trascorse in Russia - di cui una parte importante è rappresentata dall’amicizia con Dostoevskij - arrivando molto indietro nel tempo, fino ai primissimi ricordi della protagonista. Attraverso quest’opera, che racconta la sua formazione intellettuale e sentimentale, la Kovalevskaja fornisce anche un interessante spaccato dell’atmosfera sociale e culturale della Russia di metà Ottocento, sulla scia dei grandi scrittori russi suoi contemporanei.

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sabato, 26 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Un vecchio amico

di Sofja Kovalevskaja


Quando ci stabilimmo definitivamente in campagna, tappezzammo l'intera casa e mettemmo una nuova carta da parati in tutte le stanze. Poichè tanti erano i vani, la carta da parati non fu sufficiente per una delle camere dei bambini. Ordinarla significava farsela mandare da Pietroburgo, ed era una questione molto complessa; inoltre non valeva la pena di affrontare tutto ciò per una sola stanza, si decise quindi di aspettare un'occasione propizia. Nell'attesa del fatto, la negletta stanza se ne restò per molti anni con una delle sue pareti ricoperte di carta di uso comune.

La sorte volle però che in questa prima fodera preparatoria fossero stampate le conferenze che il professore Ostrogradskj aveva tenuto sul calcolo differenziale, e che erano state acquistate da mio padre in gioventù. Questi fogli, tutti costellati di formule astruse, attrassero subito la mia attenzione. Mi ricordo di me bambina, mentre rimanevo ferma per ore e ore davanti a questo muro misterioso per afferrare almeno qualche passaggio isolato o trovare la sequenza del numero delle pagine.

Grazie a questa contemplazione lunga e prolungata, l'aspetto esteriore di molte di queste formule s'impresse nella mia memoria; e proprio il modo in cui erano scritte lasciò una profonda traccia nel mio intelletto, sebbene fossero per me incomprensibili.

Molti anni dopo, quando avevo già quindici anni, presi la mia prima lezione di calcolo differenziale dall'eminente professore di Pietroburgo Alexander Nikolajevich Strannoljubskj. Questi si stupì della velocità con cui afferravo i concetti di limite e di derivata, "proprio come se tu li avessi precedentemente conosciuti". Mi rammento che si espresse con queste precise parole. Effettivamente nel momento in cui mi spiegava questi concetti avevo vivida nella memoria tutto quello che era scritto sui memorabili fogli di Ostrogradskj, e il concetto di limite mi apparve come un vecchio amico.


Sofja Kovalevskaja, Memorie d'infanzia, Pendragon, Bologna 2000, p. 116 

 

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sabato, 26 febbraio 2005

IL PROSSIMO ROMANZO DI THOMAS PYNCHON E' SU?

Sofya Kovalevskaja
1850-1891
Matematica russa geniale dalla vita romanzesca, fu una delle prime donne ad ottenere una cattedra universitaria
Matematica geniale dalla vita romanzesca, Sofja Kovalevskaja, detta Sonja, diede importanti contributi in diversi campi della matematica e fu una delle prime donne ad ottenere una cattedra universitaria.

Nata nel 1850 nei pressi di S. Pietroburgo da una famiglia nobile, sin da piccola mostrò un talento eccezionale per la matematica. I genitori le diedero un'ottima istruzione, permettendole di studiare privatamente la geometria analitica e il calcolo. L'accesso all'Università le era tuttavia negato: in Russia le donne non potevano accedere agli studi universitari.

In quegli anni Sonja entrò in contatto con i giovani appartenenti agli ambienti nichilisti e rivoluzionari che si battevano per l'abolizione della schiavitù e per l'istruzione delle donne. In questi ambienti era diventata consuetudine che le donne contraessero matrimoni di convenienza per ottenere il passaporto e andare all'estero a studiare.

Così fece anche Sonja: sposò Vladimir Kovalevskij, studente di giurisprudenza appassionato di scienze naturali, e si trasferì con lui prima a Vienna, poi ad Heidelberg e infine a Berlino, dove iniziò a lavorare con Karl Weierstrass, padre dell'analisi matematica.

La collaborazione con Weierstrass fu molto proficua. Sotto la sua guida Sonja scrisse importanti lavori, che le valsero il diploma di dottorato cum laude: "La teoria delle equazioni differenziali parziali" (1875), considerato un lavoro di grande rilievo, uno studio sugli anelli di Saturno e il saggio "Riduzione di una classe di integrali abeliani di 3° grado a integrali ellittici".

Nel 1884 si trasferì a Stoccolma, dove l'Università le aveva offerto una cattedra. Qui Sonja incominciò a lavorare al problema della rotazione di un corpo rigido attorno a un punto fisso e su questo argomento scrisse un saggio che le valse il Prix Bordin, prestigioso premio dell'Accademia delle Scienze Francese. Nel 1889 l'Università di Stoccolma le assicurò una cattedra universitaria a vita.

Nel corso della sua vita Sonja si dedicò anche all'attività letteraria, lavorando come critica teatrale e cronista scientifica e scrivendo racconti, poesie e un'autobiografia. Fu attiva anche nel movimento femminista. Morì nel 1891, per un attacco cardiaco.

Biografia a cura di Federica Pozzi, del 17.02.2002 
 

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venerdì, 25 febbraio 2005

Pynchon's latest book

Michael Naumann, Pynchon's friend and former editor at Heny Holt & Co. (Pynchon's publisher), remarked on a radio interview in Germany (where he is now some sort of Minister) that Pynchon's latest book is nearing completion (should come out in the next few years ??) and is about a female Russian mathematician and her love affair in Gottingen in the first part of the 20th Century with another mathematician: presumably the context will be Hilbert's researches (along with the other issues in the hotbed of mathematics in Germany)  

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venerdì, 18 febbraio 2005

TERRYWORLD

Terry Richardson, il ‘rocktografo’ amico di Faye Dunaway, Kate Moss, Daniel Day-Lewis, Catherine Deneuve, Samuel L. Jackson, Sharon Stone, Vincent Gallo e di molte altre celebrità. Lo sfacciato figlio d’arte (Annie Lomax, stilista; Bob Richardson, fotografo) pagato profumatamente da testate come i-D, Dazed and Confused, Vogue, Harper's Bazaar e dal 1997, in team con l’art director Nikko Amandonico, autore delle campagne pubblicitarie del marchio Sisley. Altri clienti, in ordine sparso: Levi’s, Club Monaco, Gucci, Hugo Boss, Anna Molinari, Costume National, Matsuda, etc.

"Mr. Richardson’s vision is at once humorous, tragic, often beautiful and always provocative." Così è scritto nella nota bibliografica contenuta nel suo sito ufficiale che per inciso è anche il luogo del web più generoso nei riguardi dei fans realizzato finora da un artista (deludente, al contrario, quello di Richard Kern, allestito con poche foto straviste, tutte di dimensioni ridicole). Nato a New York negli anni Sessanta, cresciuto ad Hollywood in mezzo a sciagurate gangs di motociclisti e gruppi punk o metal, ordinario iter di sex&drugs, ascesa fulminea tra gallerie (la Emanuel Perriton di Parigi, la Shine di Londra, The Parco Gallery in Giappone) e pubblicazioni interessanti (Hysteric Glamour, 1997; Son of Bob, 1999; #4 Terry Richardson in Düsseldorf, 2001; Too Much, 2002). La faccia: lui e Lemmy, il lercio leader dei Motorhead sembrano separati alla nascita. Dichiarazioni da tramandare ai posteri: «Per me la cosa più volgare è la banalità.» E: «Ho fatto sesso con chiunque sia passato davanti al mio obiettivo». Se non è uno scherzo ma una sincera parafrasi del pensiero di Mapplethorpe, ci mettiamo anche la Dunaway e Sharon Stone? E Samuel L. Jackson?

Il suo lavoro con le immagini può essere paragonato, fatte le debite proporzioni di notorietà, a quello di Hans Rolly, il reuccio delle produzioni hard amatoriali a bassissimo costo (scettro rubato a Marzio Tangeri che ora rinnega tutta una filmografia di all sex ruspanti). Anche Richardson ha un approccio selvaggio all’inquadratura e si fa beffe di chi opera con un parco luci stellare o si diletta con gli ultimi feticci della tecnologia (le macchine digitali gli sono praticamente estranee, più facile trovarlo con due instant-camera impugnate simultaneamente). L’esplicito è il suo regno, la sua filosofia d’arte e vita rinforzata con dosi extra di cazzeggio, dunque in sintonia con chi rifiuta di scindere la propria esistenza dal proprio sentimento artistico. Pura ebbrezza in salsa cruda. Il medio alzato alle convenzioni estetiche: ciò che produce l’istinto, deve essere riprodotto con la minima mediazione possibile. Ecco allora la serie Batman, rivisitazione domestica di un mito in chiave gay. Ecco i Found objects, oppure decine di ritratti di gente comune sorpresa a praticare sesso orale, baciarsi, vomitare, ad aggirarsi fusa in un bar di infima categoria, a fare le boccacce come in una banale foto-ricordo, a tirarsi su la maglietta per mostrare un piercing, un tatuaggio, le tette rifatte.

Locations casuali. Divi struccati del cinema, della musica, top-models, gente pescata per strada o in un cesso pubblico. Uno zoo incredibile, avverso a tutto il sistema repressivo della cultura dominante nel suo progetto di riconquista di una fisicità immediata (e dunque necessariamente impudica) nell’arte. Carne che non ha memoria di tabù, del più deleterio perbenismo delle classi medie. Nessun limite, nessuna autocensura perché ogni scatto racconta per intero una storia, un incontro, uno scambio di umori corporali che può essere la storia di sesso tra un nero e una bionda molto in carne o un car-washing con poca schiuma e vista privilegiata sulle grazie di una deliziosa creatura. Assenti il glamour misterioso di un Helmut Newton (R.I.P.), il gesto istrionico di LaChapelle, i riverberi d’ombre di McBride, il noir (a tratti stucchevole) di Ray Krider. In termini più semplici: zero tecnica, molto punk nell’anima. Una spinta liberatoria che presto, dopo le prime prove da regista per i videoclip di Primal Scream (Svastika eyes), Jon Spencer Blues Explosion (Magical colors) e Death in Vegas (Aisha), dovrebbe portarlo a ultimare l’annunciato lungometraggio Son of a Bitch e che fin qui gli ha fatto meritare l’attenzione del Centro Culturale San Giorgio, il non plus ultra in materia di cacciatori di messaggi subliminali (fatevi due risate: http://www.ccsg.it/Sisley.htm ).

Baciato dalla fortuna, inutile girarci troppo intorno. È Richardson stesso ad ammetterlo: essere figlio di quel Bob gli ha risparmiato la gavetta di molti altri e un destino comune a quello di una moltitudine di sciagurati segaioli dell’arte fotografica che sperperano patrimoni in sofisticate attrezzature e tristi workshop domenicali. La vita c’è davvero nei suoi scatti, persino in quelli realizzati su commissione. Attimi di ‘reale’ congelati infischiandosene delle regole, dei dettami del correct imperante. Volete qualcosa di forte e autenticamente sporco? Ecco a voi l’incorreggibile Terry!



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mercoledì, 16 febbraio 2005

 

di Umberto Eco
Gli orrori inutili del Carnevale

Che senso ha celebrare una ricorrenza in un mondo in cui il Carnevale viene proposto per trecento e sessantacinque giorni l'anno? Non ci resta che sperare nella Quaresima


Mentre scrivo sta terminando l'orrendo Carnevale. Cerco di non uscire di casa, ma non posso evitare di vedere immagini carnascialesche alla televisione, da Viareggio a Venezia. Quando vedo per le strade quelle bambine travestite da damine settecentesche col neo sulla guancia, quei maschietti ingoffiti da un'uniforme alla Zorro con i baffetti fatti col nerofumo, sono preso da accessi di pedofobia e sono colto dal complesso di Erode. Ma non meno tenero sono nei confronti dei loro fratelli maggiori, che scarpinano tristi vestiti da gufo o da Casanova, per non dire dei più diseredati, scalcagnatamente in tuba di cartone e palandrana di sacco.

Odio il Carnevale per ragioni che probabilmente potrebbero interessare uno psichiatra: mi dà noia ogni forma di mascheramento del corpo umano, non dico Platinette, ma persino i professionisti in doppiopetto che si tingono i capelli e le signore che si truccano vistosamente - per non dire dei corpi perforati da anellini e perline o umiliati da tatuaggi papuasi, che mi inducono a una cauta rivalutazione di Lombroso. E non venitemi a fare la sciocca obiezione che porto la barba, perché questa fa parte del corpo come i capelli e i seni, anzi, se proprio c'è qualcuno di anormale, sono gli sbarbati - e il fatto che siano maggioranza non prova che abbiano ragione.

Ma ci sono altre e più profonde ragioni per cui c'è qualcosa di sospetto, almeno oggi, nel Carnevale. Quale sia stata la funzione del Carnevale nei secoli passati, lo sappiamo. La letteratura in proposito è vastissima e si è detto tutto quello che c'era da dire. Basti pensare, per non occuparci di manifestazioni analoghe nell'antichità, al Carnevale come nasce nel mondo cristiano medievale. E per capirlo non dobbiamo metterci dal punto di vista dei nobili e dei potenti ma da quello della povera gente. Mangiavano poco, si alzavano al levar del sole e andavano a dormire al tramonto, lavoravano tutto il giorno, vestivano male e non avevano tempo per divertirsi. L'unico divertimento era il sesso, ma era concesso (a chi volesse essere buon cristiano) solo per circa la metà dei giorni che ci sono in un anno (per la Quaresima e per gli altri moltissimi periodi festivi, si sconsigliava di praticarlo). L'unica distrazione era andare alla domenica a sentire una bella messa cantata, ma solo se si viveva in prossimità di una cattedrale o di una chiesa abbaziale, perché le pievi dei villaggi non potevano permetterselo.

La gente ne faceva sottobanco di cotte e di crude, è naturale, ma ufficialmente del corpo occorreva occuparsi pochissimo. Si veda il bel libro appena uscito, di Jacques Le Goff, in collaborazione con Nicolas Truong, su 'Il corpo nel Medioevo' (Laterza, 16 euro). Naturalmente il libro è pieno di sfumature e mostra molte situazioni contraddittorie, ma insomma, è certo che a quei tempi si dedicava al corpo pochissima cura, e da molti mistici e teologi esso non era visto di buon occhio.
Ebbene, verso la metà di una annata che iniziava coi primi brividi autunnali e finiva con le canicole agostane, ecco che veniva offerto a tutti il Carnevale, isola di libertà e licenza, in cui ci si poteva permettere di tutto e soprattutto ci si poteva e ci si doveva divertire, divertire senza lavorare, divertire per il puro piacere del divertimento, senza pensare ai fastidi di una vita grama. Era una valvola di sfogo indispensabile, benedetta e benvenuta. Poi basta, diman tristezza e noia, di nuovo, e per un altro anno. Il Carnevale era una istituzione sociale indispensabile.

Ma oggi? Oggi quando da moltissime parti si parla di una carnevalizzazione della vita? Oggi che anche il cittadino più povero (esclusi solo i barboni che dormono sulle panchine) può avere quasi ventiquattrore di Carnevale giornaliero alla televisione, e in ogni caso può godersi giochi, balli, carnascialate ogni sera dal tramonto in avanti? Quando dai muri delle case, e anche solo a passare davanti a una edicola, immagini di donne e uomini bellissimi invitano al divertimento, al lusso, e naturalmente a una sofisticatissima alterazione del corpo? Nel vecchio Carnevale, come nei trionfi o nei saturnali romani, ci si poteva permettere, una volta all'anno, di prendere in giro i potenti, mentre oggi essi si carnevalizzano da soli in trasmissioni circensi in cui si danno schiaffi in faccia come tanti Augusti e Clown Bianchi?

Che senso ha celebrare il Carnevale in un mondo in cui il Carnevale viene proposto per trecento e sessantacinque giorni all'anno? E ancora, se nel Carnevale davvero ci si scatenasse contro il potere, si sovvertissero i rapporti di dominio, e ciascuno si prendesse le proprie rivincite. Ma no, ciascuno se ne va tristemente per strade scivolose di coriandoli umidicci, e si comperano su bancarelle dolciumi che durante l'anno intero si potrebbero trovare al supermercato, e con maggiori garanzie igieniche. Non ci resta che sperare nella Quaresima. Non temete: essa ci attende dietro l'angolo.

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